04/04/08

Alitalia la storia infinita (ultima puntata)

Alitalia la storia infinita (ultima puntata)

Se anche la famosa cordata italiana venisse fuori ciò non significherebbe affatto che Alitalia tornerà a godere di buona salute , tutt’altro. La viabilità aerea e il suo mercato sono ormai divenuti tali che solo grandi compagnie con tanta liquidità e con appeal forte a livello internazionale sugli utenti possono farcela. E allora basta con questo piagnisteo della perdita della compagnia di bandiera. In Europa solo Francia, Spagna, Inghilterra e Germania hanno una solida compagnia di bandiera. Bisogna invece riuscire a stipulare un buon patto con Air France che ci permetta di contare sufficientemente nel gruppo Air France-Alitalia-Klm e semmai soldi devono essere messi a disposizione dallo Stato devono avere tale finalità. Questo devono chiedere i sindacati e il Governo sia questo temporaneo che quello che gli succederà. Il mercato che la nuova compagnia potrà servire è un mercato florido sia per il gran numero di cittadini italiani che potranno utilizzarla sia per il gran numero di cittadini stranieri che l’utilizzeranno per venire nel nostro Paese.

Quanto alla questione Malpensa il discorso è più complesso perché non si capisce come sia stato possibile che nel Nord nascessero Aeroporti come funghi. O si ridisegna la rete aeroportuale nazionale tenendo conto di Malpensa o Malpensa perderà sempre più ruolo e perciò il problema è nazionale. E sarebbe il caso che si cominciasse a ripensare sul fatto che le regioni possano avere troppo potere su servizi che non possono essere che letti su scala nazionale. Basta guardare quello che stà accadendo con le Università che crescono come funghi ma funghi velenosi non commestibili.

Questo era quanto scrivevo qualche giorno fa sull’affare Alitalia poi la cronaca dell’altro ieri ci ha regalato la rottura con AF per merito di un sindacato che sembra non capire che la compagnia è davvero in crisi e rischia il fallimento (i comportamenti sino ad oggi assurdi della politica hanno fatto pensare ai sindacati che ancora una volta ci sia un “pantalone” che paga??).

Ieri sera poi Minoli su “la storia siamo noi” ci ha consegnato un attento resoconto della nostra compagnia aerea di bandiera nel periodo che và dagli anni novanta sino ad oggi:

[Alitalia dopo la deregulation del traffico aereo degli anni settanta da compagnia di bandiera in crescita nel giro di pochi anni diviene un “carrozzone” a totale partecipazione statale mentre in tutto il mondo si procede a privatizzare le compagnie aeree.

Nei primi anni novanta viene nominato AD Cempella il quale procede ad un primo riassetto della compagnia aerea riducendo le spese e nel 1996 (governo Prodi) vendendo il 37% del pacchetto azionario (di cui il 21% ai dipendenti e il 16% viene messo sul mercato con ottimi risultati di Borsa). Tra il 1997 e il 1999 l’azienda viene “risanata” (salda i debiti per 3.000 miliardi e investe nella flotta per 2.500 miliardi e nel triennio ‘97-‘99 gli utili netti arrivano quasi a mille miliardi di lire). Ma secondo l’AD Cempella l’azienda ha una posizione strategica difficile troppo grande per competere con i piccoli e troppo piccola per i grandi. Per l’amministratore delegato “sviluppo” significa “cambiare dimensione” e scegliere di diventare una compagnia globale. Fino a questo momento infatti Alitalia non era stata né carne né pesce, non aveva una vera direzione in quanto manager diversi e di breve durata, con politiche spesso contraddittorie, avevano impedito all’azienda di scegliere il suo business ed esserne coerente fino in fondo: se da una parte Roberto Schisano, Amministratore delegato dal ‘94 al ‘95 aveva scelto in accordo con l’azionista un piano di rilancio che scommetteva sul low cost, e quindi sul medio raggio, il Presidente Renato Riverso nei due anni seguenti lavorò invece, sempre d’accordo con l’azionista, a un piano che puntava sul lungo raggio tentando un’alleanza (poi fallita) con la British Airways. Nel ’96 Cempella stima a tremila miliardi la quota necessaria per la ricapitalizzazione. Ma poiché viene da un soggetto pubblico, la legge prevede che passi l’esame da parte della Comunità Europea. (per poter avere l’ok occorre che i risultati del piano, e cioè la redditività dell’intervento dell’azionista pubblico, sia uguale alla redditività attesa da un finanziatore privato ovvero, lo Stato può ricapitalizzare, ridare energie economiche al proprio vettore, ma come un qualunque investitore privato che dal finanziamento si aspetta un utile in linea con il mercato e non può fare quindi finanziamenti a fondo perduto). Secondo Cempella il suo piano risponde alla normativa, eppure alla fine del processo di esame, la Comunità decide di assegnare a questa operazione il titolo di “Stato compatibile”, questo significa mettere l’azienda per quattro o cinque anni sotto tutela impossibilitandola ad aprire nuove rotte, acquistare nuovi arerei e applicare la migliore tariffa sulla stessa rotta. Per l’AD il Governo non aveva fatto abbastanza per evitare questa decisione: «Lo Stato italiano, l’azionista, accettò questa “imposizione”, quando un’azione molto più incisiva del Governo avrebbe probabilmente determinato una fine diversa». E infatti in quegli anni Air France e Iberia chiedono e ottengono dalla Comunità Europea di poter ricapitalizzare come finanziamento di mercato, nonostante il loro piano industriale presenti degli indici di premio (cioè guadagni) inferiori a quelli del piano di Cempella che quindi fa approvare dal Consiglio di Amministrazione un ricorso “perché fermamente convinto che la decisione fosse iniqua e ingiusta”. Il ricorso viene vinto il 12 dicembre del 2000, ma per l’azienda ormai è troppo tardi. Se quindi come ammesso dalla stessa Comunità Europea, le ragioni della bocciatura non erano nel piano industriale, dove si trovavano? L’unica risposta che Fausto Cereti si dà è legata agli interessi che l’Europa stessa aveva in Italia, soprattutto in relazione al progetto “Malpensa 2000”.

Malpensa 2000

Di Malpensa si inizia a parlare già dal ‘93 quando il consiglio d’Europa chiede ai Paesi membri di sviluppare i collegamenti con l’Europa dell’est. Tra i vari progetti l’Italia presenta quello per “Malpensa 2000” che l’Europa approva nel ‘94. A dicembre la Banca Europea sottoscrive l’accordo per erogare alla SEA, la società di gestione degli aeroporti di Milano (di proprietà del Comune), oltre 400 miliardi di lire da restituire in 15 anni. (Sono soldi destinati a fare di Malpensa un grande hub, ovvero un distributore di traffico aeroportuale dove i passeggeri trovano voli per tutte le destinazioni, concorrente a quello di Francoforte e Parigi. Per l’Italia si tratta di una grande occasione perché un hub è una ricchezza e un elemento di sviluppo economico. Secondo degli studi fatti dall’Università Bocconi di Milano, il nodo aeroportuale avrebbe comportato 150mila posti di lavoro e un valore tra diretto e indotto di 10 miliardi di euro.) Ma a garanzia del progetto l’Europa chiede al Governo italiano collaborazione e quindi accessibilità ferroviaria e stradale. Questo sarà uno dei problemi che faranno di Malpensa un fallimento. «Credo che Alitalia all’inizio fosse molto scettica rispetto all’hub – afferma il direttore Generale dell’ENAC dal 1998 al 2003, Pierluigi Di Palma – Tant’è che Alitalia chiede di aumentare gli slot su Linate proprio nel momento in cui si stava sviluppando il progetto di ampliamento di Malpensa! Tutto cambia evidentemente quando Prodi va al Governo, perché è stato presidente dell’IRI e quindi ha maggiore capacità di convincere il management Alitalia». Il 5 luglio ‘96 il Ministro dei trasporti Claudio Burlando emette un decreto che prevede il trasferimento da Linate a Malpensa, in data rimandata ad altro decreto, di tutti i voli internazionali e nazionali, con un numero di passeggeri superiore a 1.750.000 l’anno. Ma le compagnie estere sono preoccupate perché il nuovo hub rischia di sottrargli traffico e dunque cercano di ostacolare Malpensa 2000 e scrivono al Ministro che il decreto favorisce apertamente il vettore di bandiera. Tutti sono interessati ad avere basi in Italia perché questa genera molto traffico tanto che per quasi tutte le compagnie estere rappresenta la seconda fonte di movimento dopo quella interna. Senza contare il fatto che le previsioni danno un aumento del traffico in Italia del 6%, il triplo di quello degli altri Paesi europei. I problemi però non vengono solo dall’estero: alcuni comuni lombardi chiedono che la percorrenza della ferrovia sulla propria area di interesse non sia a raso ma interrata. Questo significa costi molto più alti e tempi di realizzazione molto più lunghi rispetto agli impegni presi. Il 9 ottobre ‘98, comunque, il Ministro Burlando con un nuovo decreto fissa la data di apertura di Malpensa 2000, per il 25 ottobre. Ma quel giorno l’aeroporto non è ancora pronto, mancano i collegamenti. Le compagnie estere quindi dichiarano: “ci trasferiamo a Malpensa solamente quando saranno pronti i collegamenti”. E tramite un rappresentante della Lufthansa, nove di queste annunciano il ricorso alla Commissione Europea. Chi non partecipa alla conferenza stampa di denuncia contro l’Italia sono Airfrance e KLM: Francesi e Olandesi vogliono mantenere buoni i rapporti sia con il Governo italiano, che con l’Alitalia che per parte sua per presidiare Malpensa ha disperatamente bisogno di un potente alleato straniero.

Alitalia ha bisogno di un alleato, Cempella lo trova in KLM

Domenico Cempella inizia le trattative con gli svizzeri, gli olandesi e i francesi. Cerca un’alleanza che non ponga Alitalia in una posizione debole, ma un partner per un’unione tra eguali e chi in questo momento risponde a questa caratteristica è KLM, così come spiega lo stesso Cempella: «Partivamo dalla presenza di un mercato forte in Italia e l’assenza in Olanda, la presenza di una flotta in Olanda e l’assenza in Italia, eravamo complementari in tutte le attività aziendali». KLM ha infatti più aerei di quanti ne servano e visti i loro territori e il loro mercato non hanno possibilità di sviluppo, se non attraverso un altro hub. L’accordo porterebbe alla nascita della più grande compagnia europea: 39 milioni di passeggeri, contro i 38 di Lufthansa, i 36 della British Airway e i 33 di Airfrance; e 263 aerei per 377 destinazioni, con ricavi di oltre 9 miliardi di euro, nonché notevoli risparmi. Il “master cooperation” viene firmato nel ‘98 con lo slogan “One ticket to the world”, con decorrenza dal 1 novembre del ‘99. Per la seconda volta in due anni Alitalia ha la possibilità di privatizzare senza traumi, con un accordo che sembra perfetto. Per la stampa olandese Malpensa è un dono di Dio che giustifica perfino un’alleanza definita “azzardata”. Il piano del Governo Prodi, chiamato “progetto Hermes” è molto semplice: creare due hub, Fiumicino e Malpensa, gestiti da una società, realizzata con l’appoggio della finanza e degli imprenditori italiani, in cui il Governo cede una parte delle sue azioni di Aeroporti di Roma, e la città di Milano parte della proprietà della SEA. Ma il piano del Governo deve fare i conti con molte problematiche prima tra tutte il fatto che l’accordo con KLM si regge tutto sul nuovo hub italiano che intanto non riesce a decollare: se prima a protestare contro Malpensa erano solo le linee straniere ora c’è anche la SEA, la società che gestisce gli aeroporti di Milano che chiede che prima di trasferire i voli vengano completati i lavori stradali. Con la SEA a protestare ci sono anche i 13 milioni di passeggeri che ogni anno affollano Linate e soprattutto i cittadini di Milano abituati ad andare e tornare da Linate velocemente con 40.000 lire di taxi contro un viaggio in treno che gli costerebbe almeno il doppio. Perdere il progetto Malpensa 2000 sarebbe un duro colpo per il Paese, e così in una lettera aperta Prodi prova a rilanciare e il 25 marzo ‘98 scrive sul Corriere della Sera al sindaco di Milano, Gabriele Albertini: “Se non corriamo al più presto ai ripari Malpensa sarà condannata a un sicuro declino. Di tutto questo ne ho parlato con il sindaco di Milano, la risposta che ne ho ricevuto è stata una rigida difesa di un inesistente e indifendibile primato di Milano e di Malpensa. In questo modo la giunta di Milano segna la condanna di Malpensa 2000”. Fausto Cereti spiega e commenta la posizione dell’amministrazione lombarda: «È stata l’ingordigia del comune di Milano di pensare che avendo due aeroporti funzionanti li avrebbe venduti a un prezzo più alto, che gli fece perdere la testa; e questo dipende dal fatto che non è detto che una persona (Albertini) che è stata capace di portare avanti bene una fabbrica di 200 persone sia capace di giudicare cosa succede nel traffico aereo…».

Fallisce il piano “Malpensa 2000”

Il 21 ottobre del ‘98 cade il Governo Prodi, a governare l’Italia ora è Massimo D’Alema, mentre il nuovo Ministro dei trasporti è Tiziano Treu. Nel frattempo i rapporti con l’Europa si complicano: viene accolto il ricorso delle compagnie europee riguardo Malpensa e viene chiesto al Governo di modificare l’assetto dei voli. Il 12 ottobre ‘99 il Ministro Treu ribadisce al Commissaro europeo Lodola de Palacio che il trasferimento avverrà secondo le date previste: il 15 dicembre ’99 e il 15 dicembre 2000. Ma a complicare le cose si aggiunge il Ministro dell’ambiente Edoardo Ronchi che il 25 novembre, di concerto a quello dei beni culturali, esprime una valutazione di impatto ambientale negativa di Malpensa in quanto si trova nel parco del Ticino. Chiede dunque un nuovo esame del programma sul trasferimento dei voli. Un mese dopo Lodola de Palacio in una lettera al Ministro Tiziano Treu ribadisce i dubbi su Malpensa 2000 e chiede di rimandare il trasferimento dei voli per effettuare una precisa analisi dell’impatto e delle misure ambientali.Questa decisione non convince il Presidente Alitalia Fausto Cereti: «Noi chiamiamo sempre l’Europa ad arbitrare i nostri affari interni, ma evidentemente se l’arbitro ha anche degli interessi propri cerca di difenderli! Ha approfittato di una situazione in cui l’agnello gli veniva portato dal pastore…».Il 14 dicembre ’99, un solo giorno prima della data prevista per il trasferimento, in un’agenzia dell’Ansa si legge: “Domani non ci sarà il previsto trasferimento di voli da Linate a Malpensa: lo ha deciso il Ministro Treu d’intesa con il Presidente del Consiglio Massimo D’Alema”.

E fallisce l’accordo con KLM

La KLM decide quindi di rompere l’alleanza il 20 aprile del 2000 con questa motivazione: mancato sviluppo di Malpensa e mancato sviluppo del vettore italiano. La società olandese preferisce pagare la penale prevista di 250 milioni di euro che la porta vicina al fallimento, piuttosto che rimanere legata ad Alitalia. Per Cempella il fallimento di questo suo progetto è un durissimo colpo: «Quando quella famosa sera il capo del governo disse: “si va a morire” - dopo che io venivo da un anno di sofferenze quasi giornaliere dovendo convincere gli Olandesi di volta in volta a venirmi appresso - in quel momento iniziarono a capire che legare il loro destino attraverso la fusione a una linea aerea dove il Governo non era certamente amico dell’Alitalia, non era cosa da fare. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Io da parte mia diedi le dimissioni il 13 dicembre del 2000». L’Alitalia si trova quindi a doversi dividere da sola su tre aeroporti di punta, Malpensa, Linate e Fiumicino. Questo vuol dire: tripla flotta, tripla manutenzione, triplo personale e di conseguenza costi tripli.

Dopo l’11 settembre

Dopo l’11 settembre il traffico passeggeri mondiale subisce un ingente calo. Alitalia si trova costretta a ridurre i voli intercontinentali, internazionali e nazionali. Ma le perdite continuano a salire superando i 500 miliardi di lire. Al posto di Domenico Cempella viene chiamato Francesco Mengozzi. Il suo piano prevede tagli per il 41% al settore intercontinentale, ma per gli steward Alitalia è un gravissimo errore: “Cancellare la rotta per Pechino con un 80% di coefficiente di riempimento e con un mercato in espansione è stato assurdo!”.In piena crisi dunque Alitalia prende decisioni affrettate e sbaglia scelta: punta sul medio raggio e quindi su una concorrenza con le low cost impossibile, quando tutte le altre compagnie privilegiano il lungo raggio dove la filosofia low cost non premia. Le perdite aumentano ancora mentre nel 2003 il traffico mondiale subisce un’altra flessione e scende del 7,1 %. Alitalia reagisce con nuovi tagli e questa volta a farne le spese è il personale di volo. Eppure secondo i dati dell’AEA (Association of European Airlines) non è il personale il vero problema dell’azienda. Nell’Yearbook 2007 si legge che tra le principali compagnie europee Alitalia ha il più basso rapporto tra dipendenti e aerei in servizio: 61,45 dipendenti per aereo (che salgono a 99,94 se si aggiunge Alitalia Servizi), contro i 246,53 di Air France KLM, i 158,31 della British Airways, i 159,34 dell’Iberia e i 232,21 della Lufthansa. Stesso discorso per gli stipendi: un comandante boeing italiano guadagna circa 8mila euro al mese, il 30% in meno rispetto alla concorrenza europea: 14mila British, 12 Iberia, 11.500 Lufthansa. Si legge anche che il coefficiente del lavoro diviso tra i membri è tra i più alti. L’unico neo riguarda gli stipendi dei manager, tra i più alti d’Europa. Il costo del personale in Italia non supera quindi il 20% contro il 26% delle altre compagnie europee, eppure i tagli vengono fatti ugualmente. Il 1 giugno 2003 quindi il personale sciopera improvvisamente contro la decisione di abbassare da 4 a 3 i membri sui boeing e contro il blocco di straordinari e ferie arretrate: in un solo giorno vengono cancellati 250 voli, e solo 1.300 su 2.000 impiegati effettuano il servizio.

Il piano aziendale 2003

In questa situazione d’emergenza l’AD Francesco Mengozzi chiede aiuto all’americano Glen Hauenstein, già autore del salvataggio della Continental, che oggi afferma: «Sicuramente il problema maggiore era nella proprietà della compagnia. Quando qui in America mi chiedono perché Alitalia non decolla io rispondo: “Immaginate il Governo americano che gestisce una compagnia aerea!” Lo Stato italiano ha avuto innumerevoli occasioni di uscire da Alitalia, ma alla fine ha sempre scelto di tenere il controllo sulla compagnia». A questo proposito Fausto Cereti fa la seguente diversificazione tra Italia e resto d’Europa: «La differenza è che mentre all’estero le compagnie sono gestite dai governi in modo discreto, tramite deleghe vere al management, da noi essere azienda di Stato non significa essere l’azienda che deve servire gli interessi dello Stato, ma l’azienda che deve servire gli interessi delle forze politiche». Il 30 ottobre 2003 Mengozzi presenta a Palazzo Chigi il piano industriale 2004-06, dove i termini più ricorrenti sono “cambiamento” e “privatizzazione”, che prevede prima una ricapitalizzazione e poi la riduzione drastica della proprietà del Tesoro che dal 62% deve scendere sotto il 50%. Nel 2003 Alitalia e Air france sono le uniche compagnie a essere ancora controllate dallo Stato, ma nell’aprile il Governo francese annuncia: “Privatizzeremo entro l’anno e poi sposeremo KLM”. Il 13 novembre anche palazzo Chigi annuncia di aver sbloccato la privatizzazione di Alitalia, anche se non dice né come né quando. Contro questo annuncio il 28 novembre in Alitalia ci sono nuovi scioperi: tutti i sindacati sono uniti contro al privatizzazione. Il governo Berlusconi a questo punto fa dietro front, così come racconta Glen Hauenstein: «Hanno ceduto alle pressioni dei sindacati, non hanno voluto prendere la strada più ardua che però sul lungo periodo si sarebbe rivelata la più giusta. Cercare di attuare le cose seguendo i capricci giornalieri della politica non può mai essere una chiave per il successo. In nessun tipo di attività finanziaria».

Con Giancarlo Cimoli, l’Alitalia va sempre più in rosso

Il 6 maggio 2003 l’azionista nomina Giancarlo Cimoli come nuovo Amministratore Delegato, Presidente e Direttore generale. L’azienda dichiara 1 milione di perdite al giorno e il nuovo piano industriale di Cimoli approvato dal consiglio d’amministrazione il 20 settembre 2004 prevede ancora una volta nuovi tagli. L’8 ottobre 2004 il Tesoro fa da garante per un prestito ponte di 400 milioni di euro necessari a salvare la compagnia, mentre l’11 novembre il Consiglio dei Ministri approva un nuovo schema di decreto per la privatizzazione di Alitalia, in cui autorizza il Tesoro a scendere dal 62% al 49,7%. Intanto Alitalia perde i voli sulla Sardegna per essersi “dimenticata” di presentare la documentazione per partecipare alla gara d’appalto. Gli slot sulla Sardegna vengono quindi presi da Meridiana e Air One. L’indebitamento dell’azienda continua ad aumentare ed è ormai sull’orlo del fallimento. Mentre crescono le polemiche sugli stipendi dei manager delle aziende controllate dallo Stato: nel 2005 una delibera del consiglio di amministrazione, per esempio, raddoppia lo stipendio di Giancarlo Cimoli che sale a 2.791.000 euro l’anno (6 volte l’amministratore delegato di Air France e il triplo rispetto a quello di British Airways). Questi nel 2006 lascia il posto prima a Berardino Libonati e poi a Maurizio Prato, e chiede 8 milioni di euro di buonuscita.

Chi compra Alitalia?

Nel maggio 2004 Air France e KLM concludono un accordo di fusione, molto simile alla joint venture che Alitalia e KLM avevano operato nel ’99, e fanno sapere che sono lieti di estendere l’intesa anche ad Alitalia, ma alla condizione che sia prima risanata e poi privatizzata. Al primo Consiglio di Amministrazione presieduto da Maurizio Prato, viene promosso il piano di “sopravvivenza” per il periodo 2008/2010 che prevede ancora una volta dei tagli: circa 2.000 dipendenti e 150 voli operanti dalla base di Malpensa a favore di un incremento di quelli su Roma Fiumicino. L’8 ottobre il Cda si riunisce per promuovere una lista, la “short list”, con i sei migliori candidati a cui cedere la compagnia aerea: Air France-KLM, Lufthansa, Ap Holding Aeroflot (società che controlla Air One), Texas Pacific Group e una NewCo (ovvero una corporazione) rappresentata legalmente da Antonio Baldassarre. Ma di questi, il 6 dicembre, giorno di scadenza per presentare l’offerta, solo in tre inviano la loro proposta: Air France-KLM, Ap Holding e la “cordata” di Baldassarre. Il 21 dicembre il Cda ufficializza la scelta di Air France-KLM come interlocutore unico per la privatizzazione: “A favore di questa – spiega - è il piano industriale di elevata credibilità e idoneo a risolvere le criticità di tipo strategico, industriale e finanziario di Alitalia, tenuto anche conto del contesto competitivo nel quale la società opera”. Ma nel momento decisivo, come già successo, cade il Governo Prodi e la protesta per salvare Malpensa dilaga subito il Lombardia. Da Parigi intanto Air France fa sapere di avere intenzione di riaprire le trattative solamente quando ci saranno degli interlocutori e quindi dopo le elezioni. Intanto il 31 Gennaio 2008 Alitalia dichiara di aver ufficialmente abbandonato gli slot sull’aeroporto di Malpensa che non utilizzerà più a partire dalla stagione estiva 2008. Nella stessa data attraverso un comunicato stampa la Ap Holding rende noto di aver presentato ricorso al Tar del Lazio contro la decisione presa dal Consiglio dei Ministri di andare in trattativa esclusiva con Air France-KLM, mentre la SEA fa sapere di aver intentato una causa contro Alitalia per l’abbandono da parte di questa dello scalo milanese, chiedendo danni pari a 1,2 miliardi di euro. La situazione per Alitalia e per l’intera nazione diventa sempre più complicata. Il 20 febbraio 2008 comunque il Tar del Lazio respinge il ricorso presentato da Air One per la sospensione della trattativa in esclusiva tra Air France-KLM e Alitalia. La sentenza riapre dunque la strada all’acquisto di Alitalia da parte di Air France-KLM, ma molti sono coloro che non esprimono giudizi favorevoli, come il Ministro dei trasporti, Alessandro Bianchi che il 21 febbraio dichiara: «Ci sarà senz’altro un danno se Alitalia passa ad Air France. Tutti i grandi Paesi europei hanno una compagnia aerea di riferimento, è un asset importante. Parlo di Spagna, Francia e Inghilterra. Questo Paese invece ha deciso che non gli interessa, e lo considera un asset da vendere, mentre il trasporto è fondamentale per lo sviluppo del Paese e non si può trattare come una fabbrica di panettoni». Ad oggi Alitalia ha 17mila dipendenti in cassa integrazione a rotazione. Nonostante il fiume di finanziamenti pubblici (dal 1997 ha ricevuto contributi statali per quasi 7 miliardi di euro) l’azienda è al tracollo e continua a perdere circa 1 milione di euro al giorno. ]

Morale della favola dal servizio di Minoli:

Il governo Prodi e Prodi stesso si è impegnato per risolvere positivamente l’affare Alitalia ponendo solide basi per una sana privatizzazione.

Il “valente” D’Alema (complici i ministri Treu e Ronchi) insieme all’altrettanto “valente” e “fenomenale” sindaco Alberini e a Berlusconi (vedi i risultati ottenuti dagli AD nominati dal cavaliere) e alla Lega diciamo per “stupidità industriale rispetto al problema”? hanno disfatto quanto da Prodi fatto in passato.

E altrettanto accade anche nel presente (si vedano le dichiarazioni di Berlusconi che tra l’altro attribuisce a Prodi responsabilità e incapacità che sono invece state totalmente sue e di chi gli era vicino durante il suo governo) con l’aiuto di un sindacato troppo miope (che oggi haimè si dichiara di nuovo pronto a riaprire la trattativa). E ci troviamo ad oggi con il forte rischio che Alitalia vada al fallimento.

Come non dire poi delle ultime dichiarazioni da “Casinò” (anche togliendo l’accento l’effetto non cambia) del Cavaliere che chiede una “fiches” ai tanti imprenditori italiani perchè la compagnia resti nazionale. Nazionale per fare cosa ? Ma che gran discorso da imprenditore! Forse Il Cavaliere più che a una compagnia aerea pensa di fare modelli in formato “da collezione” di piccoli di aerei per gli appassionati e per giunta con i soldi di tutti i cittadini?

Ma per par condicio (siamo ormai in piena campagna elettorale) come non dire del “prode” D’Alema che farebbe bene a non dire se pur qualcosa di vero dice “Pensassero piuttosto a Malpensa: «Se fosse stata al Sud sarebbe indicata come un esempio di malgoverno, visto che non hanno fatto le infrastrutture ma altri otto aeroporti lì attorno. Invece è al Nord, e pur di salvare Malpensa sono pronti a far fallire l’Alitalia».”

Morale della favola: proprio quel Prodi che ci vogliono far passare per il peggior Presidente del Consiglio italiano è stato quello che ha fatto e stà facendo (in silenzio e senza clamori) le cose giuste e utili per Alitalia così come per tante altre cose per il Paese. E allora il PD può andar fiero di averlo Presidente e semmai dovrà affrettarsi a pensionare alcuni altri personaggi della vita politica italiana che proprio “non se ne può più”.

23/03/08

Alitalia la storia infinita

Mentre Prodi e Padoa Schioppa parlano concretamente e con cognizione di causa della grave crisi dell’Alitalia e delle strumentalizzazioni elettoralistiche del Cavaliere ecco comparire il “valente ministro dei trasporti Bianchi” (in quota PDcI) che contraddicendo il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Economia spara “cazzate a tutto campo……”e guarda caso si trova alleato con quel Formigoni che ha grosse responsabilità politiche nello sfascio di Alitalia e Malpensa e con il cavaliere di Arcore complici i sindacati che quanto ad ottusaggine non sono secondi a nessuno…..

E poi ancora c’è qualcuno che dice che forse Veltroni e il PD hanno sbagliato ad andare da soli alle elezioni.?? Giuro che tutti quelli che incontrerò li prendo a pugni (metaforico)….

Di seguito l’articolo sul Corriere con le esternazioni del Ministro dei trasporti e dei sindacati

[ Bianchi: «Escludo che ci siano solo poche settimane di sopravvivenza per Alitalia» I documenti ufficiali dicono che c'è liquidità per mesi. Il 31 marzo «fissato» da Air-France

MILANO - «I dati ufficiali dicono che Alitalia ha presentato qualche mese fa un piano cosiddetto di sopravvivenza dove prevedeva che per tutto il 2008 ci sarebbe stata liquidità sufficiente». È intervenuto così nella vicenda della compagnia di bandiera il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, in un'intervista a Popolare Network, che ne ha diffuso il testo. «Ora - ha aggiunto - posso anche pensare che in questi primi tre mesi dell'anno la situazione si sia complicata e aggravata, magari non si può arrivare fino alla fine dell'anno, ma escludo che ci siano solo poche settimane di sopravvivenza. Mi sembra un allarme non giustificato, a meno che Alitalia non ci faccia vedere effettivamente qual è la situazione attuale dei conti. Per ora dobbiamo stare a quello che ha messo per iscritto».

IL 31 MARZO «FISSATO DA AIR-FRANCE» - Bianchi ha poi parlato della data del 31 marzo: «Quella data è stata fissata da Air France, non esiste una scadenza perentoria di nessun tipo. Hanno chiesto di avere una risposta per quella data, ma una richiesta non deve essere per forza accolta. Se serve più tempo immagino non ci sarà motivo per non averlo e valutare la situazione». «Non c'è motivo di affrettarci - ha detto ancora il ministro - ci sono molte ragioni che lo sconsigliano, intanto perchè bisogna evitare che la gatta frettolosa faccia gattini ciechi, poi siamo in prossimità delle elezioni e infine credo che come in tutte le trattative bisogna portare avanti quella con Air France con la pazienza e con la determinazione che serve. E intanto aprire l'altra perchè questo ci può consentire di avere due offerte e scegliere la migliore».
CASINI: «BERLUSCONI SOTTO RICATTO DELLA LEGA» - «Il Pd è un'accozzaglia di contraddizioni» mentre «Berlusconi è sotto il ricatto della Lega, come dimostra la vicenda Alitalia». Ne è convinto Pier Ferdinando Casini, intervistato dal «Messaggero». «Berlusconi - dice - sarà ricattato permanentemente dalla Lega che sarà la forza determinante alla Camera e al Senato. Figuriamoci se Bossi, Calderoli e Maroni gli concederanno il fair play con l'opposizione. Ne abbiamo avuto esempio in questi giorni con la vicenda Alitalia. Berlusconi sta combinando in una serie di pasticci su Alitalia e Malpensa proprio perchè c'è la Lega». Secondo il leader dell'Unione di centro la cordata italiana evocata dal Cavaliere «è tutta una finzione destinata ad evaporare il dopo il 14 aprile». Ed «il primo macigno che si troverà Berlusconi sul suo governo sarà proprio Alitalia. La gestione irresponsabile di questa vicenda ricadrà tutta su di lui».
FORMIGONI, DA FONTI GOVERNO PURO TERRORISMO - «Puro terrorismo e ne sono responsabili le varie fonti del Governo o della stessa Alitalia che continuano a propagare falsità». Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, commenta così le recenti dichiarazioni sulla vicenda Alitalia. «La smettano di raccontare che Alitalia non ha più soldi - ha affermato oggi il governatore - e che quindi al 31 marzo l'alternativa capestro è o Air France o fallimento». «Alitalia - ha proseguito - è in grave perdita e deve essere privatizzata, ma soprattutto deve essere privatizzata bene, a un compratore che la valorizzi e che valorizzi tutti i suoi assets». «Non c'è - ha insistito Formigoni - questa data capestro. Alitalia ha tutta la liquidità necessaria per andare oltre l'estate e, comunque, a questo ricatto non cederanno nè i sindacati nè gli imprenditori che stanno preparando la cordata alternativa ad Air France». «Anzi - ha concluso - il Governo ordini ad Alitalia di fermare lo smantellamento di Malpensa che è contemplato per il 31 marzo. Il nuovo compratore dovrà trovare una Malpensa in condizioni di funzionare come hub».
23 marzo 2008
]

Ma come si fa!!!

E intanto la sceneggiata sull’Alitalia continua all'infinito - di Bertinotti non voglio nemmeno parlare - tanto poi c’è Pantalone di destra o di sinistra che sia sempre Pantalone è ......

21/03/08

L’Affare Alitalia

Sconvolgente a dir poco quello che si legge sulla stampa di quasi tutti i quotidiani nazionali su “l’Affare Alitalia”.

Ma quello che più colpisce non è quello che dicono i politici italiani bensì quello che viene riferito da cosiddetti “esperti,analisti”. Si dice tutto e il contrario di tutto. Si dice che è colpa della politica e dei sindacati se la vicenda Alitalia-Malpensa è così compromessa da una parte e si dice poi dall’altra che per orgoglio nazionale dovrebbe poter nascere una cordata per salvare la compagnia di bandiera fatta tutta di imprenditori italiani.

E cosa potrebbe garantire una simile cordata? Danaro, danaro fresco da mettere nella compagnia per permetterle di ripartire. E perché cosa si è fatto negli ultimi quindici anni se non elargire danaro (quasi esclusivamente pubblico)? E cosa ha prodotto ciò? Quello che ci è dinnanzi. Una compagnia aerea che perde un milione di euro al giorno. E questo perché non basta solo il danaro per avere una compagnia aerea che funzioni bene e che abbia buoni guadagni come succede appunto con alcune compagnie aeree europee tra le quali appunto Air France.

C’è bisogno di un progetto aziendale svincolato dai lacci della politica e dalle limitazioni sindacali che sappia comprendere le necessità del mercato aereo in Italia e dare risposte attraverso servizi adeguati che attraggano utenti e che abbiano sufficienti compatibilità economiche. E se questo non si è saputo fare sino ad oggi, nulla lascia immaginare che si possa imparare d’un colpo. E allora se si vuole evitare il fallimento che è alle porte non c’è altra soluzione che vendere all’unico compratore che c’è sul mercato. L’unica chance che resta allo Stato è quella di conservare un ampio pacchetto azionario scommettendo perciò sul rilancio assieme al partner straniero. E se Berlusconi vuol fare qualcosa di utile investa magari parte del suo danaro su Alitalia (in borsa) appunto restituendo respiro e la possibilità di trattare un po’ meglio con i francesi.

Quanto alle cordate pasquali di Berlusconi somigliano alle passeggiate del lunedì di pasqua di qualche finto “montanaro”, fatte per ingozzarsi di cibo, e spacciate per scalate di vette ardite. E perciò ci risparmi almeno questa volta le sue abituali bugie elettorali con conto pagato dai cittadini (prestito del Governo per avviare la cordata??!!).

I cittadini italiani non hanno nessuna voglia di pagare questo ulteriore conto salato per continuare ad avere una compagnia di bandiera incapace di sopravvivere. Questo Governo e quello che verrà si preoccupino piuttosto delle ipotesi di collocazione degli esuberi.

Per approfondire un buon articolo su Alitalia di Brigantini dal Sole 24 ore di oggi 21 Marzo:

[ Alitalia la parabola dei nostri mali.

Alitalia è una parabola perfetta del peggio dell'odierna Italia: ci racconta perché ci siamo ridotti così. Nel suo microcosmo ritroviamo i nostri mali: imprevidenza, pressappochismo, frazionismo, scaricabarile, incoerenza, opportunismo. Ci fa vedere come, se i nostri vizi schiacciano le virtù, l'individuale astuzia genera follia collettiva. Imprevidenza anzitutto.

Da lustri Alitalia addossa a piè di lista le sue perdite al contribuente italiano: 15 miliardi in 15 anni, senza che nessuno affronti il drago. Il Cavaliere, che scende in campo a parole alla dodicesima ora, ben si guardò dall'esporsi mentre governava. Quando alfine Prodi e Padoa-Schioppa hanno il coraggio di farlo, la «coalizione degli imprevidenti» si scatena: manager, sindacati, politici, tutti per una volta concordi titillano i nostri vizi contro chi affronta l'idra. Non è il governo imbelle, ma questa coalizione che «ci consegna nudi alla trattativa», come dice uno dei suoi capi, Bonanni della Cisl. Chi sempre elude i problemi ha quel che merita, perché si riduce in uno stato che scoraggia tutti i compratori seri; lungi dal farsi la guerra, essi lasciano il campo solo a uno di loro, il quale può ora chiedere quel che vuole. L'alternativa non è certo l'esangue AirOne, o la strumentale cordata berlusconiana (a proposito, non è uno stunt, un trucco già visto in un film precedente?).

Pressappochismo e scaricabarile poi: si confondono due problemi distinti, Alitalia e Malpensa, e chi ha creato il secondo ne scarica ad Alitalia la colpa, alimentando il polverone. Malpensa soffre dei collegamenti ferroviari scadenti e del proliferare di aeroporti padani: per questo i clienti preferiscono partire da Linate o da Torino. Il problema lo han creato gli enti locali, che ora pretendono che altri suppliscano ai loro errori. La Sea, controllata dal comune di Milano vorrebbe che la boccheggiante Alitalia, in procinto di essere salvata dal solo Cavaliere serio in campo, mantenesse su Malpensa un assetto operativo che oggi costa a lei (quindi a noi tutti pro quota) 250 milioni all'anno: se non lo fa, dice il suo presidente Bonomi, paghi 1200 milioni! Chiedere che Alitalia si dia oggi carico dei buchi che gli enti locali han creato a Malpensa - continuando a godere dei profitti di Linate - più che ricattatorio, è masochistico (equivale a chiedere il fallimento di Alitalia) e incoerente. Che lo faccia proprio quel padano Bonomi che dalla sua poltrona romana di presidente Alitalia condivise questa scelta fallimentare, è surreale, roba da Magritte. Il che ci porta infine a frazionismo, incoerenza, opportunismo. Siccome chi si piega all'unica proposta seria in campo è il mio rivale politico, io mi oppongo, per trarne un dividendo politico. Se Alitalia andrà in procedura, potrò sempre prendermela con chi sta cercando di recidere il bubbone lungamente trascurato. Mors tua, vita mea, non fa una piega! Che poi chi tanto gorgheggia sul liberismo voglia una soluzione politica fuori dalle regole di mercato, cominciando dalla richiesta di soldi a Pantalone, è solo uno dei tanti esempi di incoerenza cui siamo ormai assuefatti, come ad un veleno che ci mina nel fisico.

Davanti a questo, solo un ingenuo può darsi cura del danno a chi compra e vende sul mercato azioni di una società quotata. Colpisce che nessun grande imprenditore osi dire parole di verità, ma il coraggio chi non ce l'ha non se lo può dare: sotto elezioni meglio non rischiare. Il governo si è inutilmente rivolto, nel 2007, proprio agli imprenditori italiani, cui però nessuno, per questo, può rimproverare alcunché: troppo grande è il rischio che si assumerebbero, senza specifiche competenze di settore. Se un'alternativa seria esistesse, avremmo dovuto vederla molto tempo fa; ancora oggi, se davvero stessimo vendendo Alitalia per un piatto di lenticchie, qualcuno offrirebbe una lenticchia in più (Padoa-Schioppa), per avere il gioiello, senza pretendere altri soldi pubblici: infatti, polveroni a parte, non succederà. Per sicurezza, allacciate le cinture, la parabola continua. Forza, Italia.

Salvatore Brigantini ]

18/03/08

Ottime battute da Veltroni. Così si può davvero vincere

critiche alla sinistra: «Parlano ancora di lotta di classe. Noi siamo contro la poverta'»

«Abbassare gli stipendi dei parlamentari»

Veltroni: «Bisogna unificare le retribuzioni dei nostri politici a quelle dei loro colleghi europei»

NOVARA - Abbassare i costi della politica. Partendo dalle retribuzioni dei parlamentari. Walter Veltroni, durante il comizio a Novara - un'altra tappa del suo tour in giro per l'Italia - denuncia la sproporzione tra i trattamenti economici dei politici italiani rispetto ai loro colleghi europei. «Non possiamo più stare in un Paese con gli stipendi più bassi e le retribuzioni dei parlamentari più alte del resto d'Europa - denuncia il segretario del Pd, candidato premier alle elezioni politiche del 13 e del 14 aprile -. Dobbiamo unificare le retribuzioni dei parlamentari agli altri Paesi europei. Non dico questo - aggiunge Veltroni - perché sono tentato di indulgere nell'anti-politica, ma perché la politica deve recuperare sobrietà ed efficienza».
NO ALLA LOTTA DI CLASSE - L'ex sindaco di Roma torna poi a punzecchiare la Sinistra-l'Arcobaleno, e il suo leader Fausto Bertinotti: «Divento pazzo a sentirli parlare ancora di lotta di classe contro i padroni - dice dal palco nel Cortile del Broletto, davanti a 2.500 persones - Ma oggi si può? Chi sono oggi i padroni di cui parlano? Ci sono milioni di piccoli e medi imprenditori oggi in Italia, spesso sono ex operai diventati artigiani... Bisogna non conoscere l’Italia per invocare la lotta di classe». Veltroni sottolinea inoltre non solo le differenza con il Pdl, che si è «spostato sempre più a destra, imbarcando la Mussolini e tagliando i rapporti con il centro di Casini» ma anche, appunto, con la sinistra radicale: «Oggi noi siamo liberi. E prendiamo le distanze dallo slogan "anche i ricchi piangono". Abbiamo un'altra idea e siamo liberi di dirla liberamente: come diceva Olof Palme, non siamo contro la ricchezza, siamo contro la povertà».
17 marzo 2008

(fonte corriere della sera 17-03)

16/03/08

Riflessione elettorale

Tra un Fini statalista (che riscopre i capiufficio nell’italia dei dipendenti pubblici che sono ormai tutti dirigenti di sé stessi) , una Lega sempre più secessionista (con i soldi degli italiani) e un MPA che chiede ancora e sempre più fondi per la Sicilia (quella Sicilia che ha divorato più di qualunque altra regione fondi allo Stato) cosa potrà venirne fuori dal probabile nuovo Governo Berlusconi?

Un debito pubblico che torna a crescere (come già accaduto con il precedente governo Berlusconi) e un paese che sempre più impoverisce e le solite declamazioni di grandi opere che, se mai lo saranno, saranno pronte tra il 2029 e il 2030 periodo in cui forse sarà anche risolto l’annoso problema del pattume della Campania.

Che bel futuro ci attende!

Forse non vale proprio la pena votare PDL.

E il PD? Non so. Certo il più grande errore del centro sinistra è quello di averci messo di nuovo nelle condizioni di poter avere appunto un “nuovo” governo Berlusconi.

Di Veltroni si può dire tutto il male che si vuole ma certamente è l’unico che stà costruendo e per la prima volta nel nostro Paese con il suo PD le condizioni per un governo stabile e senza veti.

Ai cittadini elettori la scelta.

12/03/08

NY, scandalo a luci rosse Eliot Spitzer si è dimesso

Leggo da “la Repubblica del 12 Marzo 2008 ( http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/governatore-ny/dimissioni-imminenti/dimissioni-imminenti.html )

“NY, scandalo a luci rosse Eliot Spitzer si è dimesso

NEW YORK - Il governatore dello stato di New York Eliot Spitzer, rimasto coinvolto nello scandalo a luci rosse con un giro di squillo di alto bordo, ha annunciato oggi le sue dimissioni. Parlando in conferenza stampa, con a fianco la moglie che non ha detto una parola, ha chiarito che le sue dimissioni diverranno effettive lunedì e che il suo posto verrà preso dal suo vice, David Paterson, non vedente dalla nascita, che diventerà anche il primo governatore nero dello Stato.
"Chiedo scusa a tutti i cittadini di New York che hanno creduto in me e alla mia famiglia, che mi è stata vicina finora" ha detto. "Ho sbagliato, mi dispiace di avervi deluso ma credo che ogni figura pubblica debba pagare le conseguenze delle sue azioni. Provo profondo rimorso", ha aggiunto, "sono umano e ho sbagliato. La lezione che si può trarre è quella di cercare di migliorare e farò di tutto per farlo".
Le dimissioni, chieste a gran voce dai repubblicani, che avevano minacciato l'impeachment, erano attese. I tabloid della Grande Mela scrivono oggi che il governatore avrebbe complessivamente speso 80mila dollari, in questi ultimi anni, per appuntamenti con squillo di lusso. Una caduta shakespeariana, come l'ha definita il Wall Street Journal, per Spitzer, che come procuratore aveva la reputazione di essere un inflessibile moralizzatore. Aveva tra l'altro smantellato in passato alcune di reti di prostituzione.
Lo scandalo pesa particolarmente sulla candidatura di Hillary Clinton, di cui Spitzer - che è un superdelegato del partito democratico - è sostenitore. Senza contare i continui paralleli che si stanno facendo tra lo scandalo in cui è rimasto coinvolto il governatore di New York e il sexgate
. “

Quando leggo notizie come queste mi viene in mente il nostro Paese dove i politici non si dimettono mai restando perennemente attaccati alle loro poltrone qualunque cosa avvenga e qualunque colpa venga loro imputata e allora penso; ma ci sarà un giorno in cui anche nel nostro Paese i politici si comporteranno così come accade in America e in tante altre nazioni occidentali? E penso e fantastico… e mi passano per la mente politici responsabili di tante nefandezze che quando chiamati a rispondere davanti alla magistratura sistematicamente mettono in atto tutte le azioni possibili per bloccare l’azione del magistrato e mai che ci sia stato uno, uno solo che si è dimesso (Cuffaro si è dimesso perché costretto e subito si è preoccupato di candidarsi alle politiche) o che abbia ammesso responsabilità; quegli stessi politici che gridano a gran voce che le pene sono troppo poco severe nel nostro Paese e che è giunta l’ora che la Giustizia ci restituisca la certezza della pena.

Ma non sono loro a fare le leggi che poi i magistrati applicano?

Che sia davvero vero come dice Berlusconi che i Giudici in questo Paese forse per invidia o perché sono komunisti ce l’hanno con tutti i politici?

E ahimè per quanto mi sforzi non riesco proprio ad immaginare che ciò possa accadere anche da noi.

11/03/08

Riparte Report

La prima puntata dell’anno del programma Report ha affrontato il drammatico problema dell’immondizia a Napoli e in Campania (all’indirizzo: http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%5E1077247,00.html il testo integrale della puntata)

Come sempre purtroppo nei giorni a venire tutto tace sulla Stampa e sui media.

13/02/08

per chi le tasse le paga (potrebbe essere un buon metodo per abbassarle)

E se provassimo ad eliminare o meglio a modificare il meccanismo con cui si pagano le addizionali regionali e comunali ?

Le tasse locali (regionali e comunali) sono divenute nel giro di alcuni anni un vero grande balzello che i cittadini sono costretti a pagare. Infatti il cittadino dipendente ad esempio(per i privati è ancora più complicato) paga la tassazione regionale sulla busta paga o sulla pensione ma la paga ancora una volta come addizionale sul gas e ancora come addizionale sul bollo auto ecc. ecc. se la regione è in difficoltà. E guarda caso le nostre regioni e quasi tutti i Comuni sono sempre in difficoltà economiche e tutti chiedono ai cittadini di contribuire al rientro economico ma allegramente continuano ad incrementare i costi della politica e ad elargire retribuzioni sempre più elevate ai politici e ai “loro amici”.

Ora mi chiedo ma quante volte dobbiamo pagare?

Non sarebbe più giusto pagare una sola Irpef che per una quota andrà allo Stato e per un’altra quota - e si stabilisca finalmente una quota adeguata - alle Regioni e ai Comuni?

Regioni e Comuni quando poi si trovino in situazioni di bilancio in rosso potrebbero chiedere ai cittadini di contribuire al rientro economico emettendo un bollettino di pagamento, inviato dal Sindaco e/o dal Presidente della Regione, per un importo (con percentuale identica a quella dell’Irpef per i cittadini) che copra il debito la cui ragione ed entità sarà comunicata con chiaro riferimento al capitolo di debito nel bilancio regionale. Resta inteso che per l’anno in cui ci verranno richiesti contributi aggiuntivi questi dovranno essere pagati anche dai politici che ci rappresentano nella regione e/o nei comuni attraverso una addizionale che scatterà per le loro retribuzioni (nell’ordine ad esempio del 10-15% della loro retribuzione) e parimenti per quell’anno e l’anno successivo non potranno essere votati aumenti ai consiglieri regionali e/o comunali nè ai vari Presidenti (commissari e quant’altro) di enti interessati al debito e anche e soprattutto ai vari dirigenti regionali e comunali del settore cui il debito si riferisce; si badi che attualmente accade sempre e in tutte le Regioni qualunque sia la maggioranza politica proprio l’opposto.

In tal modo così come è richiesto a noi cittadini comuni di produrre di più e meglio per avere aumenti contrattuali anche per i politici e gli altri ci sarà come premio una maggiore retribuzione se saranno “bravi” e se invece lavoreranno proprio male ne pagheranno anche loro come noi le conseguenze. Perché se loro non hanno saputo ben gestire il bilancio dell’ente giustamente saranno chiamati a rispondere “in solido” al pari dei cittadini che sono responsabili almeno per averli votati e spesso anche per un uso almeno non attento dei servizi.

In aggiunta Regioni e Comuni potrebbero richiederci il pagamento (sempre con il riferimento percentuale dell’Irpef) di spese per nuovi particolari servizi (servizi non inclusi nei servizi essenziali come per i servizi sanitari quando non inclusi nei servizi essenziali stabiliti a livello nazionale) indicando chiaramente i servizi, la loro utilità, il loro costo.

Un sistema così articolato spingerebbe senz’altro i cittadini a votare quelli che appaiono come i migliori. E i politici, una volta eletti, si dovrebbero impegnare al meglio, sia per essere rieletti che per avere adeguate retribuzioni. Cadrebbero così almeno una parte dei tanti sprechi e si ridurrebbero le clientele (si limiterebbero almeno a favorire persone comunque meritevoli) alcuni tra i grandi mali del nostro Paese.

Nota:Delle Provincie non dico perché ritengo giusto che assieme alle Prefetture, alle Comunità montane, ai vari consorzi e tanto altro ancora vadano eliminate.

12/02/08

Il Codice Etico del PD

Ho letto il codice etico del PD ( http://2007.partitodemocratico.it/adon/files/codiceetico.pdf ) e seppur mi sia sembrato un pò troppo scarno (soprattutto vista la presenza nel groppo di lavoro di personalità forti quali Furio Colombo, Violante e tanti altri che avrebbero potuto dare un maggior contributo) lo trovo comunque già un buon atto di coraggio in questa nostra Italia dove sino ad oggi i partiti hanno permesso che sedessero tanti “loschi” personaggi. Ma mi chiedo; si darà davvero seguito a quanto scritto nel Codice Etico del PD?

Mi auguro proprio di sì perché sono convinto che molti cittadini guarderanno anche a questo quando si recheranno a votare e non sono affatto sicuro che nello schieramento di centro destra le candidature saranno altrettanto trasparenti.

10/02/08

Le elezioni prossime "Incantesimo finito"

Sulla Stampa di oggi 10 Febbraio ho trovato uno splendido articolo (di Luca Ricolfi http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4133&ID_sezione=&sezione= ) dal titolo "Incantesimo finito" che più di altri e in poche righe dà uno spaccato di quanto oggi stia accadendo e di cosa potrà accadere con le prossime elezioni. Ne riporto alcuni passi e sottolineo soprattutto la parte conclusiva con l’augurio che davvero i “cittadini divengano meno scettici e i politici più responsabili” :

Nessuno sa ancora con certezza che cosa troveremo sulla scheda elettorale. Può darsi che il Partito democratico (Pd) si presenti in perfetta solitudine. O alleato con un piccolo numero di partiti satelliti, come l’Italia dei Valori, i Socialisti, i Radicali.

Può darsi che il nuovo partito di Berlusconi e Fini (Pdl) si presenti da solo, o alleato con un numero più o meno grande di partiti piccoli e piccolissimi, come la Lega, l’Udc, il Partito di Mastella, quello di Storace, e così via.

Può darsi che la politica di domani si riveli un po’ migliore di quella di oggi, come può darsi che - dopo le elezioni - tutto torni come prima.

E tuttavia c’è un punto sul quale, comunque vadano le cose, non possiamo non essere grati a Veltroni, quali che siano le nostre idee. La mossa di Veltroni (ma sarebbe più giusto dire: la mossa di Veltroni e Rutelli, che per primo ebbe il coraggio di parlare di «alleanze di nuovo conio»), ha mostrato qualcosa che fino a poche settimane fa nessuno voleva vedere, e cioè che la legge elettorale era un falso problema, per non dire un alibi della classe politica. Sì, avevamo e abbiamo una cattiva legge elettorale, ma il cuore del problema italiano non è la legge elettorale bensì l’immobilismo della sua classe politica. È bastato che un singolo uomo politico, investito della responsabilità di guidare il maggiore partito della sinistra, trovasse il coraggio di fare un gesto chiaro e forte, che tutto si è rimesso improvvisamente in movimento……..

……….D’ora in poi, qualsiasi cosa facciano Veltroni e Berlusconi, sarà ad essi che gli elettori potranno e dovranno chiedere conto.

E anzi, da questo punto di vista il fatto che la legge elettorale non permetta agli elettori di scegliere i candidati, renderà ancora più significative le scelte dei maggiori leader.

Se Berlusconi candiderà Mastella e Storace, sarà difficile credergli quando prometterà di eliminare gli sprechi della Sanità.

E se Veltroni accoglierà nelle sue liste politici rinviati a giudizio o condannati, sarà difficile credergli quando proverà a incantarci con la «bella politica».

Naturalmente, quello di Veltroni è solo un primo passo, ma è un passo importante. Esso ha mostrato a tutti che l’impotenza della politica non dipende dal «sistema» ma dalla politica stessa. Speriamo che questa scoperta aiuti i cittadini a diventare meno scettici e i politici a diventare meno irresponsabili.

07/02/08

Le elezioni il PD e Berlusconi

Se c’è una cosa che certamente il Pd non può fare è quella di allearsi con chi in qualche modo ha contribuito alla caduta del Governo Prodi e alla caduta di immagine della coalizione dell’Unione tenuta con tanta fatica in piedi da Romano Prodi.

E se è così come appunto è, personaggi come Bertinotti e Diliberto che non hanno mai mancato di far sentire i loro distinguo (Bertinotti persino con l’aggravante di essere un “fazioso” presidente della Camera) quando non hanno addirittura espresso opinioni totalmente contrarie (come non ricordare le tante marce contro il Governo) salvo semmai… alla fine votare “per spirito di coalizione” e - sarà poi proprio vero? - certamente non possono essere suoi alleati. Del verde Pecoraro Scanio non saprei cosa dire. Perché un ministro dell’ambiente e rappresentante (autorevole?!) del partito dei Verdi italiani, che non si senta comunque un po’ responsabile anche lui di una tal catastrofe ambientale quale è quella della Campania in emergenza da ormai 14 anni (sono certamente responsabili di quanto stà accadendo tutti i ministri dell’ambiente che si sono succeduti nei lunghi 14 anni, di destra e di sinistra oltre che, e in modo più diretto e grave, la regione Campania,le amministrazioni provinciali e comunali rappresentante da tutti i partiti) e non si dimetta è cosa che non necessita di commento. Certamente una cosa che il Pd non potrà e non dovrà assolutamente fare è quella di imbarcare personaggi come il Governatore Bassolino o la Iervolino o altri ancora correi dello sfascio della Campania (che sia il Cavaliere a imbarcare semmai la “Presidente” signora Mastella che gli costerà almeno dover essere più cauto sulla vicenda Campania….) e ancora assurdamente avvinchiati alle loro poltrone.

C’è però dall’altra una parte una sinistra, quella di Mussi, quella socialista, quella vicina a Di Pietro, persino quella di Bordon e quella radicale che non vanno a mio avviso lasciate sole. Certo la tardiva se pur frettolosa nascita del PD avrebbe dovuto e potuto già permettere l’ingresso di buona parte di tale area nel PD ma se così non è stato all’inizio non stà scritto da nessuna parte che non possa accadere oggi quello che in tanti auspicavamo già ieri. E così facendo, raccogliendo anche questa parte dell’area di sinistra riformista, progressista, socialdemocratica, liberal e qualcosa in più, il PD si potrà davvero candidare ad essere il più grande partito in Italia che è poi anche l’unica cosa che davvero dà tanta preoccupazione e tanto fastidio al Cavaliere di Arcore. Perché Berlusconi non è stato folgorato dal Veltroni pensiero. Ma ve lo immaginate questo signore che pur di diventare un grande e potente imprenditore, come di fatto è, è sempre stato disposto a venir a patti persino con il Diavolo pur di non intaccare di una virgola il suo potere e il suo danaro che, per il bene dell’Italia e degli italiani, riflette sul da farsi; se sia giusto candidarsi solo e molto probabilmente perdere o in compagnia della sua armata Brancaleone che quasi certamente lo farà tornare alla Presidenza del Consiglio cosa sceglierà di fare? No, questo signore continua a mentire anche a sé stesso quando dice che subito dopo le elezioni si andrà ad un governo “costituente”. Lasciate che vinca le elezioni con un buon margine di voti e seggi alla Camera e al Senato e prenderà, come l’altra volta, tutto per sé. L’unico suo grande tormento che lo fa riflettere è la possibilità non tanto remota che il partito di Veltroni superi il suo personale partito, Forza Italia e divenga davvero il primo partito in Italia.

Che non si possano vincere così persino le elezioni appare infatti non così scontato e comunque raccogliere in un unico partito magari federato una verosimile percentuale tra il 38% e 40-45% di consensi creerebbe davvero grossi problemi al centro destra anche in caso di una sua vittoria e costringerebbe chiunque a doversi confrontare con le richieste di questo grande partito. E questo rappresenterebbe per il Cavaliere una “mezza vittoria” da dover condividere con l’avversario e questo proprio non lo sopporta.

E allora coraggio al sindaco Veltroni che se farà così di certo non finirà in bocca al “Lupo cattivo”.

26/01/08

Scandali, affari e misteri, tutti i segreti dello Ior

Lascio a “futura memoria” per chi forse fra un po’ vorrà leggerlo questo splendido articolo di Curzio Maltese sulla banca vaticana lo IOR. L'Istituto Opere Religiose è la banca del Vaticano. In deposito 5 miliardi di euro. Ai correntisti offre rendimenti record, impermeabilità ai controlli e segretezza totale.

Scandali, affari e misteri, tutti i segreti dello Ior

di CURZIO MALTESE (da la Repubblica del 26 gennaio 2008)

LA CHIESA cattolica è l'unica religione a disporre di una dottrina sociale, fondata sulla lotta alla povertà e la demonizzazione del danaro, "sterco del diavolo". Vangelo secondo Matteo: "E' più facile che un cammello passi nella cruna dell'ago, che un ricco entri nel regno dei cieli". Ma è anche l'unica religione ad avere una propria banca per maneggiare affari e investimenti, l'Istituto Opere Religiose.
La sede dello Ior è uno scrigno di pietra all'interno delle mura vaticane. Una suggestiva torre del Quattrocento, fatta costruire da Niccolò V, con mura spesse nove metri alla base. Si entra attraverso una porta discreta, senza una scritta, una sigla o un simbolo. Soltanto il presidio delle guardie svizzere notte e giorno ne segnala l'importanza. All'interno si trovano una grande sala di computer, un solo sportello e un unico bancomat. Attraverso questa cruna dell'ago passano immense e spesso oscure fortune. Le stime più prudenti calcolano 5 miliardi di euro di depositi. La banca vaticana offre ai correntisti, fra i quali come ha ammesso una volta il presidente Angelo Caloia "qualcuno ha avuto problemi con la giustizia", rendimenti superiori ai migliori hedge fund e un vantaggio inestimabile: la totale segretezza. Più impermeabile ai controlli delle isole Cayman, più riservato delle banche svizzere, l'istituto vaticano è un vero paradiso (fiscale) in terra. Un libretto d'assegni con la sigla Ior non esiste. Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d'oro. Nessuna traccia.
Da vent'anni, quando si chiuse il processo per lo scandalo del Banco Ambrosiano, lo Ior è un buco nero in cui nessuno osa guardare. Per uscire dal crac che aveva rovinato decine di migliaia di famiglie, la banca vaticana versò 406 milioni di dollari ai liquidatori. Meno di un quarto rispetto ai 1.159 milioni di dollari dovuti secondo l'allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta. Lo scandalo fu accompagnato da infinite leggende e da una scia di cadaveri eccellenti. Michele Sindona avvelenato nel carcere di Voghera, Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il giudice istruttore Emilio Alessandrini ucciso dai colpi di Prima Linea, l'avvocato Giorgio Ambrosoli freddato da un killer della mafia venuto dall'America al portone di casa.
Senza contare il mistero più inquietante, la morte di papa Luciani, dopo soli 33 giorni di pontificato, alla vigilia della decisione di rimuovere Paul Marcinkus e i vertici dello Ior. Sull'improvvisa fine di Giovanni Paolo I si sono alimentate macabre dicerie, aiutate dalla reticenza vaticana. Non vi sarà autopsia per accertare il presunto e fulminante infarto e non sarà mai trovato il taccuino con gli appunti sullo Ior che secondo molti testimoni il papa portò a letto l'ultima notte.
Era lo Ior di Paul Marcinkus, il figlio di un lavavetri lituano, nato a Cicero (Chicago) a due strade dal quartier generale di Al Capone, protagonista di una delle più clamorose quanto inspiegabili carriere nella storia recente della chiesa. Alto e atletico, buon giocatore di baseball e golf, era stato l'uomo che aveva salvato Paolo VI dall'attentato nelle Filippine. Ma forse non basta a spiegare la simpatia di un intellettuale come Montini, autore della più avanzata enciclica della storia, la Populorum Progressio, per questo prete americano perennemente atteggiato da avventuriero di Wall Street, con le mazze da golf nella fuoriserie, l'Avana incollato alle labbra, le stupende segreterie bionde e gli amici di poker della P2.
Con il successore di papa Luciani, Marcinkus trova subito un'intesa. A Karol Wojtyla piace molto quel figlio di immigrati dell'Est che parla bene il polacco, odia i comunisti e sembra così sensibile alle lotte di Solidarnosc. Quando i magistrati di Milano spiccano mandato d'arresto nei confronti di Marcinkus, il Vaticano si chiude come una roccaforte per proteggerlo, rifiuta ogni collaborazione con la giustizia italiana, sbandiera i passaporti esteri e l'extraterritorialità. Ci vorranno altri dieci anni a Woytjla per decidersi a rimuovere uno dei principali responsabili del crac Ambrosiano dalla presidenza dello Ior. Ma senza mai spendere una parola di condanna e neppure di velata critica: Marcinkus era e rimane per le gerarchie cattoliche "una vittima", anzi "un'ingenua vittima".
Dal 1989, con l'arrivo alla presidenza di Angelo Caloia, un galantuomo della finanza bianca, amico e collaboratore di Gianni Bazoli, molte cose dentro lo Ior cambiano. Altre no. Il ruolo di bonificatore dello Ior affidato al laico Caloia è molto vantato dalle gerarchie vaticane all'esterno quanto ostacolato all'interno, soprattutto nei primi anni. Come confida lo stesso Caloia al suo diarista, il giornalista cattolico Giancarlo Galli, autore di un libro fondamentale ma introvabile, Finanza bianca (Mondadori, 2003). "Il vero dominus dello Ior - scrive Galli - rimaneva monsignor Donato De Bonis, in rapporti con tutta la Roma che contava, politica e mondana. Francesco Cossiga lo chiamava Donatino, Giulio Andreotti lo teneva in massima considerazione. E poi aristocratici, finanzieri, artisti come Sofia Loren. Questo spiegherebbe perché fra i conti si trovassero anche quelli di personaggi che poi dovevano confrontarsi con la giustizia. Bastava un cenno del monsignore per aprire un conto segreto".
A volte monsignor De Bonis accompagnava di persona i correntisti con i contanti o l'oro nel caveau, attraverso una scala, in cima alla torre, "più vicino al cielo". I contrasti fra il presidente Caloia e De Bonis, in teoria sottoposto, saranno frequenti e duri. Commenta Giancarlo Galli: "Un'aurea legge manageriale vuole che, in caso di conflitto fra un superiore e un inferiore, sia quest'ultimo a soccombere. Ma essendo lo Ior istituzione particolarissima, quando un laico entra in rotta di collisione con una tonaca non è più questione di gradi".
La glasnost finanziaria di Caloia procede in ogni caso a ritmi serrati, ma non impedisce che l'ombra dello Ior venga evocata in quasi tutti gli scandali degli ultimi vent'anni. Da Tangentopoli alle stragi del '93 alla scalata dei "furbetti" e perfino a Calciopoli. Ma come appare, così l'ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare oltre le mura impenetrabili della banca vaticana.
L'autunno del 1993 è la stagione più crudele di Tangentopoli. Subito dopo i suicidi veri o presunti di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini, la mattina del 4 ottobre arriva al presidente dello Ior una telefonata del procuratore capo del pool di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli: "Caro professore, ci sono dei problemi, riguardanti lo Ior, i contatti con Enimont...". Il fatto è che una parte considerevole della "madre di tutte le tangenti", per la precisione 108 miliardi di lire in certificati del Tesoro, è transitata dallo Ior. Sul conto di un vecchio cliente, Luigi Bisignani, piduista, giornalista, collaboratore del gruppo Ferruzzi e faccendiere in proprio, in seguito condannato a 3 anni e 4 mesi per lo scandalo Enimont e di recente rispuntato nell'inchiesta "Why Not" di Luigi De Magistris. Dopo la telefonata di Borrelli, il presidente Caloia si precipita a consulto in Vaticano da monsignor Renato Dardozzi, fiduciario del segretario di Stato Agostino Casaroli. "Monsignor Dardozzi - racconterà a Galli lo stesso Caloia - col suo fiorito linguaggio disse che ero nella merda e, per farmelo capire, ordinò una brandina da sistemare in Vaticano. Mi opposi, rispondendogli che avrei continuato ad alloggiare all'Hassler. Tuttavia accettai il suggerimento di consultare d'urgenza dei luminari di diritto. Una risposta a Borrelli bisognava pur darla!". La risposta sarà di poche ma definitive righe: "Ogni eventuale testimonianza è sottoposta a una richiesta di rogatoria internazionale".
I magistrati del pool valutano l'ipotesi della rogatoria. Lo Ior non ha sportelli in terra italiana, non emette assegni e, in quanto "ente fondante della Città del Vaticano", è protetto dal Concordato: qualsiasi richiesta deve partire dal ministero degli Esteri. Le probabilità di ottenere la rogatoria in queste condizioni sono lo zero virgola. In compenso l'effetto di una richiesta da parte dei giudici milanesi sarebbe devastante sull'opinione pubblica. Il pool si ritira in buon ordine e si accontenta della spiegazione ufficiale: "Lo Ior non poteva conoscere la destinazione del danaro".
Il secondo episodio, ancora più cupo, risale alla metà degli anni Novanta, durante il processo per mafia a Marcello Dell'Utri. In video conferenza dagli Stati Uniti il pentito Francesco Marino Mannoia rivela che "Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano". "Lo Ior garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione". Fin qui Mannoia fornisce informazioni di prima mano. Da capo delle raffinerie di eroina di tutta la Sicilia occidentale, principale fonte di profitto delle cosche. Non può non sapere dove finiscono i capitali mafiosi. Quindi va oltre, con un'ipotesi. "Quando il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) venne in Sicilia e scomunicò i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due bombe davanti a due chiese di Roma". Mannoia non è uno qualsiasi.
E' secondo Giovanni Falcone "il più attendibile dei collaboratori di giustizia", per alcuni versi più prezioso dello stesso Buscetta. Ogni sua affermazione ha trovato riscontri oggettivi. Soltanto su una non si è proceduto ad accertare i fatti, quella sullo Ior. I magistrati del caso Dell'Utri non indagano sulla pista Ior perché non riguarda Dell'Utri e il gruppo Berlusconi, ma passano le carte ai colleghi del processo Andreotti. Scarpinato e gli altri sono a conoscenza del precedente di Borrelli e non firmano la richiesta di rogatoria. Al palazzo di giustizia di Palermo qualcuno in alto osserva: "Non ci siamo fatti abbastanza nemici per metterci contro anche il Vaticano?".
Sulle trame dello Ior cala un altro sipario di dieci anni, fino alla scalata dei "furbetti del quartierino". Il 10 luglio dell'anno scorso il capo dei "furbetti", Giampiero Fiorani, racconta in carcere ai magistrati: "Alla Bsi svizzera ci sono tre conti della Santa Sede che saranno, non esagero, due o tre miliardi di euro". Al pm milanese Francesco Greco, Fiorani fa l'elenco dei versamenti in nero fatti alle casse vaticane: "I primi soldi neri li ho dati al cardinale Castillo Lara (presidente dell'Apsa, l'amministrazione del patrimonio immobiliare della chiesa, ndr), quando ho comprato la Cassa Lombarda. M'ha chiesto trenta miliardi di lire, possibilmente su un conto estero".
Altri seguiranno, molti a giudicare dalle lamentele dello stesso Fiorani nell'incontro con il cardinale Giovanni Battista Re, potente prefetto della congregazione dei vescovi e braccio destro di Ruini: "Uno che vi ha sempre dato i soldi, come io ve li ho sempre dati in contanti, e andava tutto bene, ma poi quando è in disgrazia non fate neanche una telefonata a sua moglie per sapere se sta bene o male".
Il Vaticano molla presto Fiorani, ma in compenso difende Antonio Fazio fino al giorno prima delle dimissioni, quando ormai lo hanno abbandonato tutti. Avvenire e Osservatore Romano ripetono fino all'ultimo giorno di Fazio in Bankitalia la teoria del "complotto politico" contro il governatore. Del resto, la carriera di questo strano banchiere che alle riunioni dei governatori centrali non ha mai citato una volta Keynes ma almeno un centinaio di volte le encicliche, si spiega in buona parte con l'appoggio vaticano. In prima persona di Camillo Ruini, presidente della Cei, e poi di Giovanni Battista Re, amico intimo di Fazio, tanto da aver celebrato nel 2003 la messa per il venticinquesimo anniversario di matrimonio dell'ex governatore con Maria Cristina Rosati.
Naturalmente neppure i racconti di Fiorani aprono lo scrigno dei segreti dello Ior e dell'Apsa, i cui rapporti con le banche svizzere e i paradisi fiscali in giro per il mondo sono quantomeno singolari. E' difficile per esempio spiegare con esigenze pastorali la decisione del Vaticano di scorporare le Isole Cayman dalla naturale diocesi giamaicana di Kingston, per proclamarle "missio sui iuris" alle dirette dipendenze della Santa Sede e affidarle al cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio dello Ior.
Il quarto e ultimo episodio di coinvolgimento dello Ior negli scandali italiani è quasi comico rispetto ai precedenti e riguarda Calciopoli. Secondo i magistrati romani Palamara e Palaia, i fondi neri della Gea, la società di mediazione presieduta dal figlio di Moggi, sarebbero custoditi nella banca vaticana. Attraverso i buoni uffici di un altro dei banchieri di fiducia della Santa Sede dalla fedina penale non immacolata, Cesare Geronzi, padre dell'azionista di maggioranza della Gea. Nel caveau dello Ior sarebbe custodito anche il "tesoretto" personale di Luciano Moggi, stimato in 150 milioni di euro. Al solito, rogatorie e verifiche sono impossibili. Ma è certo che Moggi gode di grande considerazione in Vaticano. Difeso dalla stampa cattolica sempre, accolto nei pellegrinaggi a Lourdes dalla corte di Ruini, Moggi è da poco diventato titolare di una rubrica di "etica e sport" su Petrus, il quotidiano on-line vicino a papa Benedetto XVI, da dove l'ex dirigente juventino rinviato a giudizio ha subito cominciato a scagliare le prime pietre contro la corruzione (altrui).

Con l'immagine di Luciano Moggi maestro di morale cattolica si chiude l'ultima puntata dell'inchiesta sui soldi della Chiesa. I segreti dello Ior rimarranno custoditi forse per sempre nella torre-scrigno. L'epoca Marcinkus è archiviata ma l'opacità che circonda la banca della Santa Sede è ben lontana dallo sciogliersi in acque trasparenti. Si sa soltanto che le casse e il caveau dello Ior non sono mai state tanto pingui e i depositi continuano ad affluire, incoraggiati da interessi del 12 per cento annuo e perfino superiori. Fornire cifre precise è, come detto, impossibile. Le poche accertate sono queste. Con oltre 407 mila dollari di prodotto interno lordo pro capite, la Città del Vaticano è di gran lunga lo "stato più ricco del mondo", come si leggeva nella bella inchiesta di Marina Marinetti su Panorama Economy. Secondo le stime della Fed del 2002, frutto dell'unica inchiesta di un'autorità internazionale sulla finanza vaticana e riferita soltanto agli interessi su suolo americano, la chiesa cattolica possedeva negli Stati Uniti 298 milioni di dollari in titoli, 195 milioni in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine, più joint venture con partner Usa per 273 milioni.
Nessuna autorità italiana ha mai avviato un'inchiesta per stabilire il peso economico del Vaticano nel paese che lo ospita. Un potere enorme, diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico ha espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e liberali italiane, la finanza. Dal tramonto di Enrico Cuccia, il vecchio azionista gran nemico di Sindona, di Calvi e dello Ior, la "finanza bianca" ha conquistato posizioni su posizioni. La definizione è certo generica e comprende personaggi assai distanti tra loro. Ma tutti in relazione stretta con le gerarchie ecclesiastiche, con le associazioni cattoliche e con la prelatura dell'Opus Dei. In un'Italia dove la politica conta ormai meno della finanza, la chiesa cattolica ha più potere e influenza sulle banche di quanta ne avesse ai tempi della Democrazia Cristiana.
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)
(26 gennaio 2008

La legge elettorale

Sono sicuro che il Capo dello Stato darà un mandato esplorativo per un governo a termine che porti avanti la riforma della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari.

Stupisce che Mastella si sia dimesso da ministro di Grazia e Giustizia ma non da segretario del suo partito; forse perché il partito è proprio suo, è, come dire, una cosa di “famiglia” e lui alle cose di “famiglia” ci “tiene”.

Ma quale sarà la legge elettorale possibile?

Perché la decisione per una legge elettorale non è ininfluente perché il Capo dello Stato dia un reincarico. Se davvero si intravedesse una convergenza ampia su una ipotesi di legge elettorale sarebbe più facile per il Capo dello Stato frenare “l’impeto” berlusconiano-leghista al quale subito si è accodato il nuovamente “fido” Fini.

E quale è una legge elettorale che possa garantire ampie convergenze?

Una legge

-che permetta innanzi tutto ai cittadini di scegliere il candidato all’interno del partito che votano,

-che ponga uno “sbarramento al 5-6%,

-che imponga la presentazione di un programma breve e chiaro soprattutto per quei partiti che dovranno unirsi per evitare lo sbarramento,

-che indichi a chiare lettere l’impossibilità per il parlamentare eletto con un partito di passare ad altro partito durante la legislatura (il parlamentare potrà dimettersi dal partito ma non potrà conservare la carica di parlamentare e gli succederà il primo dei non eletti del partito dal quale si dimette),

-che indichi l’impossibilità delle candidature in più collegi dello stesso parlamentare,

-che dia un piccolo premio di maggioranza al partito che prende più voti (15 deputati e 5 senatori ad esempio),

-che sia proporzionale

Una siffatta legge elettorale potrebbe essere accettata da un ampio schieramento ma soprattutto verrebbe letta dai cittadini come un valido tentativo dei partiti di riavvicinarsi a loro.

12/01/08

A proposito della non intervista a Grillo

Mi spiace per l’Espresso ma l’articolo sull’intervista rifiutata da Grillo è veramente un “sopruso” che mai mi sarei aspettato dal settimanale che seguo dalla sua nascita.

Perché Grillo dovrebbe rispondere al giornalista che tra l’altro fa comunque le domande che vuole. E non sembrano essere certo domande che mirano a comprendere il fenomeno Grillo quanto semmai carpire risposte su argomenti di interesse del giornalista.

Che poi Berlusconi si sia abituato alle interviste?! Certo se è lui a preparare (come fanno la maggior parte dei politici tra l’altro –vedere a proposito l’intervista a Bassolino di Report dove appunto Sassolino dice……-) sia le domande che le risposte non c’è problema. Per meglio comprendere basta prendere una sua intervista qualunque in televisione (fatta eccezione per il confronto elettorale con Prodi) e si capirà.

E poi un intero articolo fatto di aria fritta (quella appunto che i giornali sempre più spesso ci propinano) sull’intervista che non c’è stata e le tre grandi ragioni “psicologiche” per le quali secondo il giornalista Grillo non avrebbe rilasciato l’intervista. Siamo proprio al ridicolo.

Certamente Grillo che si lancia contro l’informazione e i produttori di informazione e non dà spazio (rifiuta l’intervista appunto) può infastidire un impegnato giornalista ma bisogna anche prendersi il fastidio proprio se si è bravi giornalisti e non usare simili patetici espedienti da “avanspettacolo” della stampa e aspettare magari un momento migliore o essere più convincenti se davvero l’obiettivo è comprendere il fenomeno Grillo nel Paese e Grillo.

Che se poi non si è d’accordo con Grillo, con quello che dice e fà si ha tutto il diritto di dirlo e argomentarlo con franchezza.

Personalmente confesso di rimanere spesso perplesso sulle cose che Grillo dice ma devo dargli atto di essere una delle poche voci dissonanti assieme a Travaglio, Stella alla redazione di Report e a pochi altri (Di Pietro tra i politici qualche volta, Prodi nonostante tutto…).

Infatti anche se continuo appunto nonostante tutto e tutti a pensare (e ne sono certo) che Prodi stia facendo cose buone proprio nonostante tutto quando mi pare che si possa dire che le cose potrebbero volgere al meglio non comprendo più l’azione del Governo e soprattutto l’azione dei politici.

E qui Grillo mi “torna utile”. Mi lascia immaginare che comunque qualcosa possa cambiare.

Ecco per mè e credo per tanti altri comuni cittadini (che non si disinteressano alla politica che anzi spesso hanno per lungo tempo onestamente militato dentro organizzazioni politiche con impegno e disinteresse personale) Grillo rappresenta “un’ancora, l’allegra (perché certo non gli si può negare la capacità di “Comico” e “gran comunicatore” che si è costruita nel tempo) e felice sensazione che forse davvero, magari solo qualche volta, si possano far pagare le tante nefandezze…..”.



Per dovere di cronaca riporto l’articolo dell’Espresso dal titolo “L’intervista mai fatta a Grillo” di Alessandro Gilioli.

(reperibile all’indirizzo: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/01/11/dubbi-certezze-e-liberta/ )

L’intervista mai fatta a Grillo

Una storia un po’ lunga, ma se avete voglia di leggerla fino in fondo vi dirà parecchio su Beppe Grillo.

Il giorno 2 gennaio, come molti, ho letto e visto in Internet il “discorso di Capodanno” di Grillo. Nel quale, come si ricorderà, è stato lanciato il V-day contro i giornali per il 25 aprile prossimo venturo.

Tra le altre cose, nel suo discorso Grillo prevedeva con certezza che tutti media “mainstream” avrebbero volutamente ignorato il suo V-day sui giornali, visto che la cosa riguardava direttamente gli interessi delle testate e dei loro proprietari.
Il fenomeno Grillo mi interessa, da tempo vado scrivendo diverse cose sulle storture del sistema editoriale in Italia (a partire dall’Ordine e dalla legge sulle provvidenze) e credo anche che i giornali debbano interessarsi delle fasce della società che Grillo più o meno rappresenta.

Quindi il giorno stesso telefono a Grillo sul suo cellulare per proporgli un’intervista sul tema del V-day contro la stampa, la “vera casta” come dice lui.
Grillo mi risponde quasi subito, con gentilezza, ma nicchia un po’ sull’intervista: «Io sono un monologhista», mi dice testualmente. «Invece dell’intervista le scrivo un pezzo io e voi lo pubblicate su L’espresso».

Io gli rispondo che un pezzo no, non ci interessa, che per quelli c’è già il suo seguitissimo blog e noi invece vorremmo un confronto, anche aspro magari, sul tema che ha lanciato, il V-Day contro i giornali.

Gli prometto che però, ovviamente, tutte le sue risposte saranno riportate senza variazioni e senza alcuna censura, che ha la più assoluta libertà di dire quello che gli pare, che sono dispostissimo a mandargli i suoi virgolettati per approvazione a intervista scritta.

«Mah», dice lui, «non so, io non do il mio meglio in queste cose».

Insisto, gli faccio presente che un confronto civile è il modo migliore per far crescere e circolare le idee, gli propongo di andarlo a trovare dove si trova e alla fine sembro parzialmente convincerlo: «D’accordo, facciamolo», dice, «ma non di persona. Mi mandi le sue domande via mail e io le rispondo subito dopo le feste».

Il giorno dopo mi metto al mio pc e una dopo l’altra snocciolo le domande.

Sono tutte molto semplici, anche se non a zerbino.

Gli chiedo ad esempio se non ritiene che i giornali e la Rete possano convivere, visto che la tivù non ha ucciso la radio.

Se non crede che grazie alla loro buona salute economica molti giornali possano fare anche ottime inchieste, e gliene elenco alcune di questo e di altri giornali. Gli faccio l’esempio di Mastella, su cui diversi giornali hanno fatto inchieste ampiamente riprese dallo stesso Grillo nel suo blog.

Gli chiedo dunque se non pensa che sia sbagliato mettere sullo stesso piano i quotidiani di partito inesistenti che prendono soldi direttamente dallo Stato e i giornali veri - magari perfino utili al dibattito sociale e al controllo sulla politica - che hanno solo detrazioni postali e contributi per la carta.

Gli chiedo se è consapevole che con l’abolizione totale e indistinta delle provvidenze probabilmente morirebbero voci come il Manifesto o come l’Internazionale, su cui lui stesso scrive una pagina ogni settimana, e gli chiedo se questo secondo lui sarebbe un passo in avanti per la nostra società.

Gli chiedo perché nel discorso di Capodanno ha esaltato come “ultimi giornalisti liberi” Biagi e Montanelli contrapponendoli a tutti gli altri, visto che anche Biagi e Montanelli scrivevano sui grandi giornali secondo lui servi e di “casta”.

Gli chiedo se in questo suo condannare senza eccezioni i giornali e i giornalisti ce n’è qualcuno che salverebbe, che secondo lui non fa parte della casta.

Gli chiedo se considera parte della casta anche quelle migliaia di giornalisti sottopagati e precari che ormai lavorano in gran parte delle redazioni.

Gli chiedo come può dire che tutti i giornalisti sono casta, visto che la grandissima parte di loro ha come unico privilegio il biglietto gratis ai musei, e per il resto si paga come tutti gli altri comuni mortali la casa, il cinema, il treno, l’autobus, il biglietto allo stadio e così via.

Già che ci sono, gli chiedo perché non risponde mai agli altri blog, visto che predica i blog come mezzo di comunicazione dell’avvenire.

Gli mando il tutto con una bella mail.

Passa la Befana, passano altri due giorni ma da Grillo nessuna risposta.

Gli mando un sms per ricordargli il nostro accordo, lui non risponde.

Gli mando un’altra mail copiaincollando la precedente, nel caso la prima si fosse persa.

Niente.

Questa mattina, 9 gennaio, gli telefono:

«Pronto buongiorno sono Gilioli de L’espresso, la disturbo?»
«Certo, lei mi disturba sempre».
«Mi dispiace. Volevo sapere se ha visto le domande che le ho mandato…».
«Certo che le ho viste e non intendo minimamente risponderle».
«Come mai?»
«Perchè sono domande offensive e indegne».
«Mi scusi, ma non mi pare, sono solo domande. Servono a un confronto. Se lei mi dà le sue risposte per iscritto, io le trascrivo tali quali, le dò la mia parola».
«No, non se ne parla neanche, lei non ha capito niente. Buongiorno».
«Buongiorno».

Da questa ridicola esperienza, deduco due o tre cose:

Primo: Grillo ha una paura fottuta del confronto. Sa che il suo linguaggio apocalittico e assertivo non ha niente a che vedere con lo scambio di idee e con il dibattere. E’ chiuso nel suo monologhismo. Sa di non avere argomentazioni razionali forti per difendere le sue affermazioni a tutto tondo, sa che il confronto lo obbligherebbe a qualche sfumatura e sa che probabilmente le sfumature lo annienterebbero, visto che il suo successo è figlio della sua assertività.

Secondo: Grillo ha una strategia di comunicazione basata sul vittimismo da censura. Io gli avevo promesso tre o quattro pagine di intervista su “L’espresso”, lui ha preferito non apparire per poter dire che la grande stampa lo ignora e lo censura. Bene, visto che da qui al 25 aprile andrà strillando al mondo che i giornali non parlano del suo V-Day perché ne hanno paura, si sappia che questo giornale voleva concedergli ampio spazio ma che lui lo avrebbe accettato solo per monologare, per ospitare la sua invettiva, e non per un’intervista. Nemmeno il più tracotante politico della Casta, a fronte di una richiesta di intervista, risponde “O scrivo io da solo e senza domande o niente”.

Terzo: Grillo con ogni probabilità usa così tanto Internet - e detesta così tanto i giornali - proprio perché il blog gli consente questo non-confrontarsi, questo non-dibattere. Perfino Berlusconi - dopo i primi tempi in cui mandava le videocassette registrate ad Arcore - ha imparato a rispondere alle domande dei giornalisti. Grillo no. Grillo si trincera dietro Internet per non ricevere domande, per non confrontarsi. Per esaltare, come direbbe lui, le sue caratteristiche di “monologhista”.

Attenzione, ragazzi, perché se questo è il futuro della politica in Rete fa veramente schifo.

Ps. Il direttore di Internazionale mi corregge precisando che il suo giornale non prende provvigioni. Chiedo scusa per l’inesattezza.

OK notizie