13/02/08

per chi le tasse le paga (potrebbe essere un buon metodo per abbassarle)

E se provassimo ad eliminare o meglio a modificare il meccanismo con cui si pagano le addizionali regionali e comunali ?

Le tasse locali (regionali e comunali) sono divenute nel giro di alcuni anni un vero grande balzello che i cittadini sono costretti a pagare. Infatti il cittadino dipendente ad esempio(per i privati è ancora più complicato) paga la tassazione regionale sulla busta paga o sulla pensione ma la paga ancora una volta come addizionale sul gas e ancora come addizionale sul bollo auto ecc. ecc. se la regione è in difficoltà. E guarda caso le nostre regioni e quasi tutti i Comuni sono sempre in difficoltà economiche e tutti chiedono ai cittadini di contribuire al rientro economico ma allegramente continuano ad incrementare i costi della politica e ad elargire retribuzioni sempre più elevate ai politici e ai “loro amici”.

Ora mi chiedo ma quante volte dobbiamo pagare?

Non sarebbe più giusto pagare una sola Irpef che per una quota andrà allo Stato e per un’altra quota - e si stabilisca finalmente una quota adeguata - alle Regioni e ai Comuni?

Regioni e Comuni quando poi si trovino in situazioni di bilancio in rosso potrebbero chiedere ai cittadini di contribuire al rientro economico emettendo un bollettino di pagamento, inviato dal Sindaco e/o dal Presidente della Regione, per un importo (con percentuale identica a quella dell’Irpef per i cittadini) che copra il debito la cui ragione ed entità sarà comunicata con chiaro riferimento al capitolo di debito nel bilancio regionale. Resta inteso che per l’anno in cui ci verranno richiesti contributi aggiuntivi questi dovranno essere pagati anche dai politici che ci rappresentano nella regione e/o nei comuni attraverso una addizionale che scatterà per le loro retribuzioni (nell’ordine ad esempio del 10-15% della loro retribuzione) e parimenti per quell’anno e l’anno successivo non potranno essere votati aumenti ai consiglieri regionali e/o comunali nè ai vari Presidenti (commissari e quant’altro) di enti interessati al debito e anche e soprattutto ai vari dirigenti regionali e comunali del settore cui il debito si riferisce; si badi che attualmente accade sempre e in tutte le Regioni qualunque sia la maggioranza politica proprio l’opposto.

In tal modo così come è richiesto a noi cittadini comuni di produrre di più e meglio per avere aumenti contrattuali anche per i politici e gli altri ci sarà come premio una maggiore retribuzione se saranno “bravi” e se invece lavoreranno proprio male ne pagheranno anche loro come noi le conseguenze. Perché se loro non hanno saputo ben gestire il bilancio dell’ente giustamente saranno chiamati a rispondere “in solido” al pari dei cittadini che sono responsabili almeno per averli votati e spesso anche per un uso almeno non attento dei servizi.

In aggiunta Regioni e Comuni potrebbero richiederci il pagamento (sempre con il riferimento percentuale dell’Irpef) di spese per nuovi particolari servizi (servizi non inclusi nei servizi essenziali come per i servizi sanitari quando non inclusi nei servizi essenziali stabiliti a livello nazionale) indicando chiaramente i servizi, la loro utilità, il loro costo.

Un sistema così articolato spingerebbe senz’altro i cittadini a votare quelli che appaiono come i migliori. E i politici, una volta eletti, si dovrebbero impegnare al meglio, sia per essere rieletti che per avere adeguate retribuzioni. Cadrebbero così almeno una parte dei tanti sprechi e si ridurrebbero le clientele (si limiterebbero almeno a favorire persone comunque meritevoli) alcuni tra i grandi mali del nostro Paese.

Nota:Delle Provincie non dico perché ritengo giusto che assieme alle Prefetture, alle Comunità montane, ai vari consorzi e tanto altro ancora vadano eliminate.

12/02/08

Il Codice Etico del PD

Ho letto il codice etico del PD ( http://2007.partitodemocratico.it/adon/files/codiceetico.pdf ) e seppur mi sia sembrato un pò troppo scarno (soprattutto vista la presenza nel groppo di lavoro di personalità forti quali Furio Colombo, Violante e tanti altri che avrebbero potuto dare un maggior contributo) lo trovo comunque già un buon atto di coraggio in questa nostra Italia dove sino ad oggi i partiti hanno permesso che sedessero tanti “loschi” personaggi. Ma mi chiedo; si darà davvero seguito a quanto scritto nel Codice Etico del PD?

Mi auguro proprio di sì perché sono convinto che molti cittadini guarderanno anche a questo quando si recheranno a votare e non sono affatto sicuro che nello schieramento di centro destra le candidature saranno altrettanto trasparenti.

10/02/08

Le elezioni prossime "Incantesimo finito"

Sulla Stampa di oggi 10 Febbraio ho trovato uno splendido articolo (di Luca Ricolfi http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4133&ID_sezione=&sezione= ) dal titolo "Incantesimo finito" che più di altri e in poche righe dà uno spaccato di quanto oggi stia accadendo e di cosa potrà accadere con le prossime elezioni. Ne riporto alcuni passi e sottolineo soprattutto la parte conclusiva con l’augurio che davvero i “cittadini divengano meno scettici e i politici più responsabili” :

Nessuno sa ancora con certezza che cosa troveremo sulla scheda elettorale. Può darsi che il Partito democratico (Pd) si presenti in perfetta solitudine. O alleato con un piccolo numero di partiti satelliti, come l’Italia dei Valori, i Socialisti, i Radicali.

Può darsi che il nuovo partito di Berlusconi e Fini (Pdl) si presenti da solo, o alleato con un numero più o meno grande di partiti piccoli e piccolissimi, come la Lega, l’Udc, il Partito di Mastella, quello di Storace, e così via.

Può darsi che la politica di domani si riveli un po’ migliore di quella di oggi, come può darsi che - dopo le elezioni - tutto torni come prima.

E tuttavia c’è un punto sul quale, comunque vadano le cose, non possiamo non essere grati a Veltroni, quali che siano le nostre idee. La mossa di Veltroni (ma sarebbe più giusto dire: la mossa di Veltroni e Rutelli, che per primo ebbe il coraggio di parlare di «alleanze di nuovo conio»), ha mostrato qualcosa che fino a poche settimane fa nessuno voleva vedere, e cioè che la legge elettorale era un falso problema, per non dire un alibi della classe politica. Sì, avevamo e abbiamo una cattiva legge elettorale, ma il cuore del problema italiano non è la legge elettorale bensì l’immobilismo della sua classe politica. È bastato che un singolo uomo politico, investito della responsabilità di guidare il maggiore partito della sinistra, trovasse il coraggio di fare un gesto chiaro e forte, che tutto si è rimesso improvvisamente in movimento……..

……….D’ora in poi, qualsiasi cosa facciano Veltroni e Berlusconi, sarà ad essi che gli elettori potranno e dovranno chiedere conto.

E anzi, da questo punto di vista il fatto che la legge elettorale non permetta agli elettori di scegliere i candidati, renderà ancora più significative le scelte dei maggiori leader.

Se Berlusconi candiderà Mastella e Storace, sarà difficile credergli quando prometterà di eliminare gli sprechi della Sanità.

E se Veltroni accoglierà nelle sue liste politici rinviati a giudizio o condannati, sarà difficile credergli quando proverà a incantarci con la «bella politica».

Naturalmente, quello di Veltroni è solo un primo passo, ma è un passo importante. Esso ha mostrato a tutti che l’impotenza della politica non dipende dal «sistema» ma dalla politica stessa. Speriamo che questa scoperta aiuti i cittadini a diventare meno scettici e i politici a diventare meno irresponsabili.

07/02/08

Le elezioni il PD e Berlusconi

Se c’è una cosa che certamente il Pd non può fare è quella di allearsi con chi in qualche modo ha contribuito alla caduta del Governo Prodi e alla caduta di immagine della coalizione dell’Unione tenuta con tanta fatica in piedi da Romano Prodi.

E se è così come appunto è, personaggi come Bertinotti e Diliberto che non hanno mai mancato di far sentire i loro distinguo (Bertinotti persino con l’aggravante di essere un “fazioso” presidente della Camera) quando non hanno addirittura espresso opinioni totalmente contrarie (come non ricordare le tante marce contro il Governo) salvo semmai… alla fine votare “per spirito di coalizione” e - sarà poi proprio vero? - certamente non possono essere suoi alleati. Del verde Pecoraro Scanio non saprei cosa dire. Perché un ministro dell’ambiente e rappresentante (autorevole?!) del partito dei Verdi italiani, che non si senta comunque un po’ responsabile anche lui di una tal catastrofe ambientale quale è quella della Campania in emergenza da ormai 14 anni (sono certamente responsabili di quanto stà accadendo tutti i ministri dell’ambiente che si sono succeduti nei lunghi 14 anni, di destra e di sinistra oltre che, e in modo più diretto e grave, la regione Campania,le amministrazioni provinciali e comunali rappresentante da tutti i partiti) e non si dimetta è cosa che non necessita di commento. Certamente una cosa che il Pd non potrà e non dovrà assolutamente fare è quella di imbarcare personaggi come il Governatore Bassolino o la Iervolino o altri ancora correi dello sfascio della Campania (che sia il Cavaliere a imbarcare semmai la “Presidente” signora Mastella che gli costerà almeno dover essere più cauto sulla vicenda Campania….) e ancora assurdamente avvinchiati alle loro poltrone.

C’è però dall’altra una parte una sinistra, quella di Mussi, quella socialista, quella vicina a Di Pietro, persino quella di Bordon e quella radicale che non vanno a mio avviso lasciate sole. Certo la tardiva se pur frettolosa nascita del PD avrebbe dovuto e potuto già permettere l’ingresso di buona parte di tale area nel PD ma se così non è stato all’inizio non stà scritto da nessuna parte che non possa accadere oggi quello che in tanti auspicavamo già ieri. E così facendo, raccogliendo anche questa parte dell’area di sinistra riformista, progressista, socialdemocratica, liberal e qualcosa in più, il PD si potrà davvero candidare ad essere il più grande partito in Italia che è poi anche l’unica cosa che davvero dà tanta preoccupazione e tanto fastidio al Cavaliere di Arcore. Perché Berlusconi non è stato folgorato dal Veltroni pensiero. Ma ve lo immaginate questo signore che pur di diventare un grande e potente imprenditore, come di fatto è, è sempre stato disposto a venir a patti persino con il Diavolo pur di non intaccare di una virgola il suo potere e il suo danaro che, per il bene dell’Italia e degli italiani, riflette sul da farsi; se sia giusto candidarsi solo e molto probabilmente perdere o in compagnia della sua armata Brancaleone che quasi certamente lo farà tornare alla Presidenza del Consiglio cosa sceglierà di fare? No, questo signore continua a mentire anche a sé stesso quando dice che subito dopo le elezioni si andrà ad un governo “costituente”. Lasciate che vinca le elezioni con un buon margine di voti e seggi alla Camera e al Senato e prenderà, come l’altra volta, tutto per sé. L’unico suo grande tormento che lo fa riflettere è la possibilità non tanto remota che il partito di Veltroni superi il suo personale partito, Forza Italia e divenga davvero il primo partito in Italia.

Che non si possano vincere così persino le elezioni appare infatti non così scontato e comunque raccogliere in un unico partito magari federato una verosimile percentuale tra il 38% e 40-45% di consensi creerebbe davvero grossi problemi al centro destra anche in caso di una sua vittoria e costringerebbe chiunque a doversi confrontare con le richieste di questo grande partito. E questo rappresenterebbe per il Cavaliere una “mezza vittoria” da dover condividere con l’avversario e questo proprio non lo sopporta.

E allora coraggio al sindaco Veltroni che se farà così di certo non finirà in bocca al “Lupo cattivo”.

26/01/08

Scandali, affari e misteri, tutti i segreti dello Ior

Lascio a “futura memoria” per chi forse fra un po’ vorrà leggerlo questo splendido articolo di Curzio Maltese sulla banca vaticana lo IOR. L'Istituto Opere Religiose è la banca del Vaticano. In deposito 5 miliardi di euro. Ai correntisti offre rendimenti record, impermeabilità ai controlli e segretezza totale.

Scandali, affari e misteri, tutti i segreti dello Ior

di CURZIO MALTESE (da la Repubblica del 26 gennaio 2008)

LA CHIESA cattolica è l'unica religione a disporre di una dottrina sociale, fondata sulla lotta alla povertà e la demonizzazione del danaro, "sterco del diavolo". Vangelo secondo Matteo: "E' più facile che un cammello passi nella cruna dell'ago, che un ricco entri nel regno dei cieli". Ma è anche l'unica religione ad avere una propria banca per maneggiare affari e investimenti, l'Istituto Opere Religiose.
La sede dello Ior è uno scrigno di pietra all'interno delle mura vaticane. Una suggestiva torre del Quattrocento, fatta costruire da Niccolò V, con mura spesse nove metri alla base. Si entra attraverso una porta discreta, senza una scritta, una sigla o un simbolo. Soltanto il presidio delle guardie svizzere notte e giorno ne segnala l'importanza. All'interno si trovano una grande sala di computer, un solo sportello e un unico bancomat. Attraverso questa cruna dell'ago passano immense e spesso oscure fortune. Le stime più prudenti calcolano 5 miliardi di euro di depositi. La banca vaticana offre ai correntisti, fra i quali come ha ammesso una volta il presidente Angelo Caloia "qualcuno ha avuto problemi con la giustizia", rendimenti superiori ai migliori hedge fund e un vantaggio inestimabile: la totale segretezza. Più impermeabile ai controlli delle isole Cayman, più riservato delle banche svizzere, l'istituto vaticano è un vero paradiso (fiscale) in terra. Un libretto d'assegni con la sigla Ior non esiste. Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d'oro. Nessuna traccia.
Da vent'anni, quando si chiuse il processo per lo scandalo del Banco Ambrosiano, lo Ior è un buco nero in cui nessuno osa guardare. Per uscire dal crac che aveva rovinato decine di migliaia di famiglie, la banca vaticana versò 406 milioni di dollari ai liquidatori. Meno di un quarto rispetto ai 1.159 milioni di dollari dovuti secondo l'allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta. Lo scandalo fu accompagnato da infinite leggende e da una scia di cadaveri eccellenti. Michele Sindona avvelenato nel carcere di Voghera, Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il giudice istruttore Emilio Alessandrini ucciso dai colpi di Prima Linea, l'avvocato Giorgio Ambrosoli freddato da un killer della mafia venuto dall'America al portone di casa.
Senza contare il mistero più inquietante, la morte di papa Luciani, dopo soli 33 giorni di pontificato, alla vigilia della decisione di rimuovere Paul Marcinkus e i vertici dello Ior. Sull'improvvisa fine di Giovanni Paolo I si sono alimentate macabre dicerie, aiutate dalla reticenza vaticana. Non vi sarà autopsia per accertare il presunto e fulminante infarto e non sarà mai trovato il taccuino con gli appunti sullo Ior che secondo molti testimoni il papa portò a letto l'ultima notte.
Era lo Ior di Paul Marcinkus, il figlio di un lavavetri lituano, nato a Cicero (Chicago) a due strade dal quartier generale di Al Capone, protagonista di una delle più clamorose quanto inspiegabili carriere nella storia recente della chiesa. Alto e atletico, buon giocatore di baseball e golf, era stato l'uomo che aveva salvato Paolo VI dall'attentato nelle Filippine. Ma forse non basta a spiegare la simpatia di un intellettuale come Montini, autore della più avanzata enciclica della storia, la Populorum Progressio, per questo prete americano perennemente atteggiato da avventuriero di Wall Street, con le mazze da golf nella fuoriserie, l'Avana incollato alle labbra, le stupende segreterie bionde e gli amici di poker della P2.
Con il successore di papa Luciani, Marcinkus trova subito un'intesa. A Karol Wojtyla piace molto quel figlio di immigrati dell'Est che parla bene il polacco, odia i comunisti e sembra così sensibile alle lotte di Solidarnosc. Quando i magistrati di Milano spiccano mandato d'arresto nei confronti di Marcinkus, il Vaticano si chiude come una roccaforte per proteggerlo, rifiuta ogni collaborazione con la giustizia italiana, sbandiera i passaporti esteri e l'extraterritorialità. Ci vorranno altri dieci anni a Woytjla per decidersi a rimuovere uno dei principali responsabili del crac Ambrosiano dalla presidenza dello Ior. Ma senza mai spendere una parola di condanna e neppure di velata critica: Marcinkus era e rimane per le gerarchie cattoliche "una vittima", anzi "un'ingenua vittima".
Dal 1989, con l'arrivo alla presidenza di Angelo Caloia, un galantuomo della finanza bianca, amico e collaboratore di Gianni Bazoli, molte cose dentro lo Ior cambiano. Altre no. Il ruolo di bonificatore dello Ior affidato al laico Caloia è molto vantato dalle gerarchie vaticane all'esterno quanto ostacolato all'interno, soprattutto nei primi anni. Come confida lo stesso Caloia al suo diarista, il giornalista cattolico Giancarlo Galli, autore di un libro fondamentale ma introvabile, Finanza bianca (Mondadori, 2003). "Il vero dominus dello Ior - scrive Galli - rimaneva monsignor Donato De Bonis, in rapporti con tutta la Roma che contava, politica e mondana. Francesco Cossiga lo chiamava Donatino, Giulio Andreotti lo teneva in massima considerazione. E poi aristocratici, finanzieri, artisti come Sofia Loren. Questo spiegherebbe perché fra i conti si trovassero anche quelli di personaggi che poi dovevano confrontarsi con la giustizia. Bastava un cenno del monsignore per aprire un conto segreto".
A volte monsignor De Bonis accompagnava di persona i correntisti con i contanti o l'oro nel caveau, attraverso una scala, in cima alla torre, "più vicino al cielo". I contrasti fra il presidente Caloia e De Bonis, in teoria sottoposto, saranno frequenti e duri. Commenta Giancarlo Galli: "Un'aurea legge manageriale vuole che, in caso di conflitto fra un superiore e un inferiore, sia quest'ultimo a soccombere. Ma essendo lo Ior istituzione particolarissima, quando un laico entra in rotta di collisione con una tonaca non è più questione di gradi".
La glasnost finanziaria di Caloia procede in ogni caso a ritmi serrati, ma non impedisce che l'ombra dello Ior venga evocata in quasi tutti gli scandali degli ultimi vent'anni. Da Tangentopoli alle stragi del '93 alla scalata dei "furbetti" e perfino a Calciopoli. Ma come appare, così l'ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare oltre le mura impenetrabili della banca vaticana.
L'autunno del 1993 è la stagione più crudele di Tangentopoli. Subito dopo i suicidi veri o presunti di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini, la mattina del 4 ottobre arriva al presidente dello Ior una telefonata del procuratore capo del pool di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli: "Caro professore, ci sono dei problemi, riguardanti lo Ior, i contatti con Enimont...". Il fatto è che una parte considerevole della "madre di tutte le tangenti", per la precisione 108 miliardi di lire in certificati del Tesoro, è transitata dallo Ior. Sul conto di un vecchio cliente, Luigi Bisignani, piduista, giornalista, collaboratore del gruppo Ferruzzi e faccendiere in proprio, in seguito condannato a 3 anni e 4 mesi per lo scandalo Enimont e di recente rispuntato nell'inchiesta "Why Not" di Luigi De Magistris. Dopo la telefonata di Borrelli, il presidente Caloia si precipita a consulto in Vaticano da monsignor Renato Dardozzi, fiduciario del segretario di Stato Agostino Casaroli. "Monsignor Dardozzi - racconterà a Galli lo stesso Caloia - col suo fiorito linguaggio disse che ero nella merda e, per farmelo capire, ordinò una brandina da sistemare in Vaticano. Mi opposi, rispondendogli che avrei continuato ad alloggiare all'Hassler. Tuttavia accettai il suggerimento di consultare d'urgenza dei luminari di diritto. Una risposta a Borrelli bisognava pur darla!". La risposta sarà di poche ma definitive righe: "Ogni eventuale testimonianza è sottoposta a una richiesta di rogatoria internazionale".
I magistrati del pool valutano l'ipotesi della rogatoria. Lo Ior non ha sportelli in terra italiana, non emette assegni e, in quanto "ente fondante della Città del Vaticano", è protetto dal Concordato: qualsiasi richiesta deve partire dal ministero degli Esteri. Le probabilità di ottenere la rogatoria in queste condizioni sono lo zero virgola. In compenso l'effetto di una richiesta da parte dei giudici milanesi sarebbe devastante sull'opinione pubblica. Il pool si ritira in buon ordine e si accontenta della spiegazione ufficiale: "Lo Ior non poteva conoscere la destinazione del danaro".
Il secondo episodio, ancora più cupo, risale alla metà degli anni Novanta, durante il processo per mafia a Marcello Dell'Utri. In video conferenza dagli Stati Uniti il pentito Francesco Marino Mannoia rivela che "Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano". "Lo Ior garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione". Fin qui Mannoia fornisce informazioni di prima mano. Da capo delle raffinerie di eroina di tutta la Sicilia occidentale, principale fonte di profitto delle cosche. Non può non sapere dove finiscono i capitali mafiosi. Quindi va oltre, con un'ipotesi. "Quando il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) venne in Sicilia e scomunicò i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due bombe davanti a due chiese di Roma". Mannoia non è uno qualsiasi.
E' secondo Giovanni Falcone "il più attendibile dei collaboratori di giustizia", per alcuni versi più prezioso dello stesso Buscetta. Ogni sua affermazione ha trovato riscontri oggettivi. Soltanto su una non si è proceduto ad accertare i fatti, quella sullo Ior. I magistrati del caso Dell'Utri non indagano sulla pista Ior perché non riguarda Dell'Utri e il gruppo Berlusconi, ma passano le carte ai colleghi del processo Andreotti. Scarpinato e gli altri sono a conoscenza del precedente di Borrelli e non firmano la richiesta di rogatoria. Al palazzo di giustizia di Palermo qualcuno in alto osserva: "Non ci siamo fatti abbastanza nemici per metterci contro anche il Vaticano?".
Sulle trame dello Ior cala un altro sipario di dieci anni, fino alla scalata dei "furbetti del quartierino". Il 10 luglio dell'anno scorso il capo dei "furbetti", Giampiero Fiorani, racconta in carcere ai magistrati: "Alla Bsi svizzera ci sono tre conti della Santa Sede che saranno, non esagero, due o tre miliardi di euro". Al pm milanese Francesco Greco, Fiorani fa l'elenco dei versamenti in nero fatti alle casse vaticane: "I primi soldi neri li ho dati al cardinale Castillo Lara (presidente dell'Apsa, l'amministrazione del patrimonio immobiliare della chiesa, ndr), quando ho comprato la Cassa Lombarda. M'ha chiesto trenta miliardi di lire, possibilmente su un conto estero".
Altri seguiranno, molti a giudicare dalle lamentele dello stesso Fiorani nell'incontro con il cardinale Giovanni Battista Re, potente prefetto della congregazione dei vescovi e braccio destro di Ruini: "Uno che vi ha sempre dato i soldi, come io ve li ho sempre dati in contanti, e andava tutto bene, ma poi quando è in disgrazia non fate neanche una telefonata a sua moglie per sapere se sta bene o male".
Il Vaticano molla presto Fiorani, ma in compenso difende Antonio Fazio fino al giorno prima delle dimissioni, quando ormai lo hanno abbandonato tutti. Avvenire e Osservatore Romano ripetono fino all'ultimo giorno di Fazio in Bankitalia la teoria del "complotto politico" contro il governatore. Del resto, la carriera di questo strano banchiere che alle riunioni dei governatori centrali non ha mai citato una volta Keynes ma almeno un centinaio di volte le encicliche, si spiega in buona parte con l'appoggio vaticano. In prima persona di Camillo Ruini, presidente della Cei, e poi di Giovanni Battista Re, amico intimo di Fazio, tanto da aver celebrato nel 2003 la messa per il venticinquesimo anniversario di matrimonio dell'ex governatore con Maria Cristina Rosati.
Naturalmente neppure i racconti di Fiorani aprono lo scrigno dei segreti dello Ior e dell'Apsa, i cui rapporti con le banche svizzere e i paradisi fiscali in giro per il mondo sono quantomeno singolari. E' difficile per esempio spiegare con esigenze pastorali la decisione del Vaticano di scorporare le Isole Cayman dalla naturale diocesi giamaicana di Kingston, per proclamarle "missio sui iuris" alle dirette dipendenze della Santa Sede e affidarle al cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio dello Ior.
Il quarto e ultimo episodio di coinvolgimento dello Ior negli scandali italiani è quasi comico rispetto ai precedenti e riguarda Calciopoli. Secondo i magistrati romani Palamara e Palaia, i fondi neri della Gea, la società di mediazione presieduta dal figlio di Moggi, sarebbero custoditi nella banca vaticana. Attraverso i buoni uffici di un altro dei banchieri di fiducia della Santa Sede dalla fedina penale non immacolata, Cesare Geronzi, padre dell'azionista di maggioranza della Gea. Nel caveau dello Ior sarebbe custodito anche il "tesoretto" personale di Luciano Moggi, stimato in 150 milioni di euro. Al solito, rogatorie e verifiche sono impossibili. Ma è certo che Moggi gode di grande considerazione in Vaticano. Difeso dalla stampa cattolica sempre, accolto nei pellegrinaggi a Lourdes dalla corte di Ruini, Moggi è da poco diventato titolare di una rubrica di "etica e sport" su Petrus, il quotidiano on-line vicino a papa Benedetto XVI, da dove l'ex dirigente juventino rinviato a giudizio ha subito cominciato a scagliare le prime pietre contro la corruzione (altrui).

Con l'immagine di Luciano Moggi maestro di morale cattolica si chiude l'ultima puntata dell'inchiesta sui soldi della Chiesa. I segreti dello Ior rimarranno custoditi forse per sempre nella torre-scrigno. L'epoca Marcinkus è archiviata ma l'opacità che circonda la banca della Santa Sede è ben lontana dallo sciogliersi in acque trasparenti. Si sa soltanto che le casse e il caveau dello Ior non sono mai state tanto pingui e i depositi continuano ad affluire, incoraggiati da interessi del 12 per cento annuo e perfino superiori. Fornire cifre precise è, come detto, impossibile. Le poche accertate sono queste. Con oltre 407 mila dollari di prodotto interno lordo pro capite, la Città del Vaticano è di gran lunga lo "stato più ricco del mondo", come si leggeva nella bella inchiesta di Marina Marinetti su Panorama Economy. Secondo le stime della Fed del 2002, frutto dell'unica inchiesta di un'autorità internazionale sulla finanza vaticana e riferita soltanto agli interessi su suolo americano, la chiesa cattolica possedeva negli Stati Uniti 298 milioni di dollari in titoli, 195 milioni in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine, più joint venture con partner Usa per 273 milioni.
Nessuna autorità italiana ha mai avviato un'inchiesta per stabilire il peso economico del Vaticano nel paese che lo ospita. Un potere enorme, diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico ha espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e liberali italiane, la finanza. Dal tramonto di Enrico Cuccia, il vecchio azionista gran nemico di Sindona, di Calvi e dello Ior, la "finanza bianca" ha conquistato posizioni su posizioni. La definizione è certo generica e comprende personaggi assai distanti tra loro. Ma tutti in relazione stretta con le gerarchie ecclesiastiche, con le associazioni cattoliche e con la prelatura dell'Opus Dei. In un'Italia dove la politica conta ormai meno della finanza, la chiesa cattolica ha più potere e influenza sulle banche di quanta ne avesse ai tempi della Democrazia Cristiana.
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)
(26 gennaio 2008

La legge elettorale

Sono sicuro che il Capo dello Stato darà un mandato esplorativo per un governo a termine che porti avanti la riforma della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari.

Stupisce che Mastella si sia dimesso da ministro di Grazia e Giustizia ma non da segretario del suo partito; forse perché il partito è proprio suo, è, come dire, una cosa di “famiglia” e lui alle cose di “famiglia” ci “tiene”.

Ma quale sarà la legge elettorale possibile?

Perché la decisione per una legge elettorale non è ininfluente perché il Capo dello Stato dia un reincarico. Se davvero si intravedesse una convergenza ampia su una ipotesi di legge elettorale sarebbe più facile per il Capo dello Stato frenare “l’impeto” berlusconiano-leghista al quale subito si è accodato il nuovamente “fido” Fini.

E quale è una legge elettorale che possa garantire ampie convergenze?

Una legge

-che permetta innanzi tutto ai cittadini di scegliere il candidato all’interno del partito che votano,

-che ponga uno “sbarramento al 5-6%,

-che imponga la presentazione di un programma breve e chiaro soprattutto per quei partiti che dovranno unirsi per evitare lo sbarramento,

-che indichi a chiare lettere l’impossibilità per il parlamentare eletto con un partito di passare ad altro partito durante la legislatura (il parlamentare potrà dimettersi dal partito ma non potrà conservare la carica di parlamentare e gli succederà il primo dei non eletti del partito dal quale si dimette),

-che indichi l’impossibilità delle candidature in più collegi dello stesso parlamentare,

-che dia un piccolo premio di maggioranza al partito che prende più voti (15 deputati e 5 senatori ad esempio),

-che sia proporzionale

Una siffatta legge elettorale potrebbe essere accettata da un ampio schieramento ma soprattutto verrebbe letta dai cittadini come un valido tentativo dei partiti di riavvicinarsi a loro.

12/01/08

A proposito della non intervista a Grillo

Mi spiace per l’Espresso ma l’articolo sull’intervista rifiutata da Grillo è veramente un “sopruso” che mai mi sarei aspettato dal settimanale che seguo dalla sua nascita.

Perché Grillo dovrebbe rispondere al giornalista che tra l’altro fa comunque le domande che vuole. E non sembrano essere certo domande che mirano a comprendere il fenomeno Grillo quanto semmai carpire risposte su argomenti di interesse del giornalista.

Che poi Berlusconi si sia abituato alle interviste?! Certo se è lui a preparare (come fanno la maggior parte dei politici tra l’altro –vedere a proposito l’intervista a Bassolino di Report dove appunto Sassolino dice……-) sia le domande che le risposte non c’è problema. Per meglio comprendere basta prendere una sua intervista qualunque in televisione (fatta eccezione per il confronto elettorale con Prodi) e si capirà.

E poi un intero articolo fatto di aria fritta (quella appunto che i giornali sempre più spesso ci propinano) sull’intervista che non c’è stata e le tre grandi ragioni “psicologiche” per le quali secondo il giornalista Grillo non avrebbe rilasciato l’intervista. Siamo proprio al ridicolo.

Certamente Grillo che si lancia contro l’informazione e i produttori di informazione e non dà spazio (rifiuta l’intervista appunto) può infastidire un impegnato giornalista ma bisogna anche prendersi il fastidio proprio se si è bravi giornalisti e non usare simili patetici espedienti da “avanspettacolo” della stampa e aspettare magari un momento migliore o essere più convincenti se davvero l’obiettivo è comprendere il fenomeno Grillo nel Paese e Grillo.

Che se poi non si è d’accordo con Grillo, con quello che dice e fà si ha tutto il diritto di dirlo e argomentarlo con franchezza.

Personalmente confesso di rimanere spesso perplesso sulle cose che Grillo dice ma devo dargli atto di essere una delle poche voci dissonanti assieme a Travaglio, Stella alla redazione di Report e a pochi altri (Di Pietro tra i politici qualche volta, Prodi nonostante tutto…).

Infatti anche se continuo appunto nonostante tutto e tutti a pensare (e ne sono certo) che Prodi stia facendo cose buone proprio nonostante tutto quando mi pare che si possa dire che le cose potrebbero volgere al meglio non comprendo più l’azione del Governo e soprattutto l’azione dei politici.

E qui Grillo mi “torna utile”. Mi lascia immaginare che comunque qualcosa possa cambiare.

Ecco per mè e credo per tanti altri comuni cittadini (che non si disinteressano alla politica che anzi spesso hanno per lungo tempo onestamente militato dentro organizzazioni politiche con impegno e disinteresse personale) Grillo rappresenta “un’ancora, l’allegra (perché certo non gli si può negare la capacità di “Comico” e “gran comunicatore” che si è costruita nel tempo) e felice sensazione che forse davvero, magari solo qualche volta, si possano far pagare le tante nefandezze…..”.



Per dovere di cronaca riporto l’articolo dell’Espresso dal titolo “L’intervista mai fatta a Grillo” di Alessandro Gilioli.

(reperibile all’indirizzo: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/01/11/dubbi-certezze-e-liberta/ )

L’intervista mai fatta a Grillo

Una storia un po’ lunga, ma se avete voglia di leggerla fino in fondo vi dirà parecchio su Beppe Grillo.

Il giorno 2 gennaio, come molti, ho letto e visto in Internet il “discorso di Capodanno” di Grillo. Nel quale, come si ricorderà, è stato lanciato il V-day contro i giornali per il 25 aprile prossimo venturo.

Tra le altre cose, nel suo discorso Grillo prevedeva con certezza che tutti media “mainstream” avrebbero volutamente ignorato il suo V-day sui giornali, visto che la cosa riguardava direttamente gli interessi delle testate e dei loro proprietari.
Il fenomeno Grillo mi interessa, da tempo vado scrivendo diverse cose sulle storture del sistema editoriale in Italia (a partire dall’Ordine e dalla legge sulle provvidenze) e credo anche che i giornali debbano interessarsi delle fasce della società che Grillo più o meno rappresenta.

Quindi il giorno stesso telefono a Grillo sul suo cellulare per proporgli un’intervista sul tema del V-day contro la stampa, la “vera casta” come dice lui.
Grillo mi risponde quasi subito, con gentilezza, ma nicchia un po’ sull’intervista: «Io sono un monologhista», mi dice testualmente. «Invece dell’intervista le scrivo un pezzo io e voi lo pubblicate su L’espresso».

Io gli rispondo che un pezzo no, non ci interessa, che per quelli c’è già il suo seguitissimo blog e noi invece vorremmo un confronto, anche aspro magari, sul tema che ha lanciato, il V-Day contro i giornali.

Gli prometto che però, ovviamente, tutte le sue risposte saranno riportate senza variazioni e senza alcuna censura, che ha la più assoluta libertà di dire quello che gli pare, che sono dispostissimo a mandargli i suoi virgolettati per approvazione a intervista scritta.

«Mah», dice lui, «non so, io non do il mio meglio in queste cose».

Insisto, gli faccio presente che un confronto civile è il modo migliore per far crescere e circolare le idee, gli propongo di andarlo a trovare dove si trova e alla fine sembro parzialmente convincerlo: «D’accordo, facciamolo», dice, «ma non di persona. Mi mandi le sue domande via mail e io le rispondo subito dopo le feste».

Il giorno dopo mi metto al mio pc e una dopo l’altra snocciolo le domande.

Sono tutte molto semplici, anche se non a zerbino.

Gli chiedo ad esempio se non ritiene che i giornali e la Rete possano convivere, visto che la tivù non ha ucciso la radio.

Se non crede che grazie alla loro buona salute economica molti giornali possano fare anche ottime inchieste, e gliene elenco alcune di questo e di altri giornali. Gli faccio l’esempio di Mastella, su cui diversi giornali hanno fatto inchieste ampiamente riprese dallo stesso Grillo nel suo blog.

Gli chiedo dunque se non pensa che sia sbagliato mettere sullo stesso piano i quotidiani di partito inesistenti che prendono soldi direttamente dallo Stato e i giornali veri - magari perfino utili al dibattito sociale e al controllo sulla politica - che hanno solo detrazioni postali e contributi per la carta.

Gli chiedo se è consapevole che con l’abolizione totale e indistinta delle provvidenze probabilmente morirebbero voci come il Manifesto o come l’Internazionale, su cui lui stesso scrive una pagina ogni settimana, e gli chiedo se questo secondo lui sarebbe un passo in avanti per la nostra società.

Gli chiedo perché nel discorso di Capodanno ha esaltato come “ultimi giornalisti liberi” Biagi e Montanelli contrapponendoli a tutti gli altri, visto che anche Biagi e Montanelli scrivevano sui grandi giornali secondo lui servi e di “casta”.

Gli chiedo se in questo suo condannare senza eccezioni i giornali e i giornalisti ce n’è qualcuno che salverebbe, che secondo lui non fa parte della casta.

Gli chiedo se considera parte della casta anche quelle migliaia di giornalisti sottopagati e precari che ormai lavorano in gran parte delle redazioni.

Gli chiedo come può dire che tutti i giornalisti sono casta, visto che la grandissima parte di loro ha come unico privilegio il biglietto gratis ai musei, e per il resto si paga come tutti gli altri comuni mortali la casa, il cinema, il treno, l’autobus, il biglietto allo stadio e così via.

Già che ci sono, gli chiedo perché non risponde mai agli altri blog, visto che predica i blog come mezzo di comunicazione dell’avvenire.

Gli mando il tutto con una bella mail.

Passa la Befana, passano altri due giorni ma da Grillo nessuna risposta.

Gli mando un sms per ricordargli il nostro accordo, lui non risponde.

Gli mando un’altra mail copiaincollando la precedente, nel caso la prima si fosse persa.

Niente.

Questa mattina, 9 gennaio, gli telefono:

«Pronto buongiorno sono Gilioli de L’espresso, la disturbo?»
«Certo, lei mi disturba sempre».
«Mi dispiace. Volevo sapere se ha visto le domande che le ho mandato…».
«Certo che le ho viste e non intendo minimamente risponderle».
«Come mai?»
«Perchè sono domande offensive e indegne».
«Mi scusi, ma non mi pare, sono solo domande. Servono a un confronto. Se lei mi dà le sue risposte per iscritto, io le trascrivo tali quali, le dò la mia parola».
«No, non se ne parla neanche, lei non ha capito niente. Buongiorno».
«Buongiorno».

Da questa ridicola esperienza, deduco due o tre cose:

Primo: Grillo ha una paura fottuta del confronto. Sa che il suo linguaggio apocalittico e assertivo non ha niente a che vedere con lo scambio di idee e con il dibattere. E’ chiuso nel suo monologhismo. Sa di non avere argomentazioni razionali forti per difendere le sue affermazioni a tutto tondo, sa che il confronto lo obbligherebbe a qualche sfumatura e sa che probabilmente le sfumature lo annienterebbero, visto che il suo successo è figlio della sua assertività.

Secondo: Grillo ha una strategia di comunicazione basata sul vittimismo da censura. Io gli avevo promesso tre o quattro pagine di intervista su “L’espresso”, lui ha preferito non apparire per poter dire che la grande stampa lo ignora e lo censura. Bene, visto che da qui al 25 aprile andrà strillando al mondo che i giornali non parlano del suo V-Day perché ne hanno paura, si sappia che questo giornale voleva concedergli ampio spazio ma che lui lo avrebbe accettato solo per monologare, per ospitare la sua invettiva, e non per un’intervista. Nemmeno il più tracotante politico della Casta, a fronte di una richiesta di intervista, risponde “O scrivo io da solo e senza domande o niente”.

Terzo: Grillo con ogni probabilità usa così tanto Internet - e detesta così tanto i giornali - proprio perché il blog gli consente questo non-confrontarsi, questo non-dibattere. Perfino Berlusconi - dopo i primi tempi in cui mandava le videocassette registrate ad Arcore - ha imparato a rispondere alle domande dei giornalisti. Grillo no. Grillo si trincera dietro Internet per non ricevere domande, per non confrontarsi. Per esaltare, come direbbe lui, le sue caratteristiche di “monologhista”.

Attenzione, ragazzi, perché se questo è il futuro della politica in Rete fa veramente schifo.

Ps. Il direttore di Internazionale mi corregge precisando che il suo giornale non prende provvigioni. Chiedo scusa per l’inesattezza.

31/12/07

Augurio per l'anno nuovo

Pensierino di augurio per l’Anno nuovo (ma non so come): al Presidente della Repubblica e al governo Prodi e al Parlamento e a tutti gli altri “beneficiati” perchè guadagnino nell’anno nuovo abbastanza meno di quanto hanno guadagnato in quest’anno ormai finito e agli italiani di guadagnare un po’ di più così da apparire tutti insieme un po’ più uguali e reciprocamente più graditi. E chissà che non migliori anche l’intero paese.

Buon anno a tutti

24/12/07

Auguri

Buon Natale a quei pochi (solo per ora?) che visitano il Blog con l'augurio che il numero cresca ma soprattutto, ed è quello che conta, che cresca sempre più il numero di persone che condivide le nostre opinioni.

Per quelli che ci sono già : niente paura siamo già tanti e non solo sulla rete (che in fondo è un luogo di confronto e facile amplificazione dei nostri pensieri ma soprattutto è un luogo dove non si perdono le tracce).

Che l'anno nuovo ci porti un Prodi magari ristretto ma sempre in sella e speriamo che Mastella cambi testa o almeno Ministero (verranno un giorno tempi migliori nonostante il detto abruzzese:chi l’ha dette ch nun po’ venì lu peggio”?).

Quanto a una politica di rigore e al servizio dei cittadini semmai ci penseremo l’anno prossimo. Per quest’anno ci basta questo e in fondo sono solo piccoli desideri (come i mandarini con cenere e carbone nella calza della Befana) e facili da avverarsi.

23/12/07

Colpevoli gli intercettatori o gli intercettati?

Viene davvero in mente che siamo sulla via del non ritorno. Berlusconi offende Magistrati, dipendenti della Rai, giornali e giornalisti per cercare un’impossibile difesa (è l’unica attenuante che può essergli concessa quella appunto che permette all’imputato di tentare comunque una difesa anche se poco consona ad un parlamentare) rispetto ai fatti inoppugnabili che le intercettazioni telefoniche evidenziano (se di interesse giudiziario o meno lo stabiliranno i magistrati) e cosa accade? Non ci si preoccupa delle offese del Cavaliere né di quello che le intercettazioni lasciano supporre ma ci si preoccupa del diritto alla “privacy” come se l’onorevole Berlusconi avesse telefonato ad un familiare o ad un amico d’infanzia e non ad un alto dirigente Rai. E subito il nostro valente Ministro di grazia e Giustizia ci ripropone la “Legge Mastella sulle intercettazioni” (vedi mio articolo del 25 Maggio ) attraverso la quale noi comuni cittadini saremo liberati appunto dallo scandalo di sapere cosa fanno i nostri politici e potremo con gioia lasciare in eredità ai nostri figli l’eventuale conoscenza di loro colpe.

Come mè e senz’altro con più chiarezza esprime la sua indignazione l’articolo del Blog di Corrias Gomez Travaglio cui vi rimando ( http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/1728506.html ) e che di seguito riporto

“23 dicembre 2007
Nient'altro che la verità
Non c’è più niente da fare. Ormai Berlusconi ha vinto. Dopo 15 anni di slogan falsi bombardati con gli ordigni radioattivi delle sue televisioni e della sua Rai, è riuscito a contaminare tutto il paese, tutto l’ambiente che lo circonda, compresi i politici del centrosinistra che dovrebbero opporglisi, compresi tanti intellettuali e giornalisti. Per cui, ormai, parlano e pensano (si fa per dire) quasi tutti come lui. Lo dimostrano, se ve ne fosse ancora bisogno, gli alti lai del Club degli Intoccabili – da Bertinotti a Mastella, da Franceschini a Berlusconi, per non parlare delle mosche cocchiere dalemian-veltroniane Latorre, Caldarola e Polito e dei cerchiobottisti alla Sergio Romano – contro le intercettazioni, chi le effettua e chi le pubblica.
L’altra sera, ad Annozero, ne hanno parlato due dei pochissimi intellettuali immuni da radiazioni: Franco Cordero e Antonio Tabucchi. Infatti parevano due marziani. Cordero ricorda che le intercettazioni non manipolano nulla: sono l’”autoritratto” di chi parla, nel bene e nel male. Tabucchi rammenta che i politici non sono mai intercettati: intercettati sono i malfattori con i quali parlano spesso certi politici. I quali, se non vogliono finire anch’essi indirettamente intercettati, hanno un rimedio facile facile: non parlare con malfattori e chiamare, per dire, la Comunità di sant’Egidio. Ragionamenti di puro buonsenso, che però cadono nel vuoto. Per leggere qualcosa di sensato bisogna rivolgersi a un giornalista e scrittore di origine italiana che vive in America, Alexander Stille, il quale due giorni fa ha scritto un articolo memorabile su Repubblica dal titolo Il Paese dove i potenti vanno in galera. E’ una boccata d’aria nel “mare nostrum” di cazzate e tartuferie assortite.
Dopo aver elencato una serie impressionante di potentissimi politici e vip americani finiti in galera senza batter ciglio, Stille spiega: “Alcuni imputati hanno cercato di dipingersi come vittime della stampa o dei pubblici ministeri locali di diverso orientamento politico, ma una volta emerse le prove inequivocabili dei reati commessi, sono stati abbandonati dai compagni di partito. (…) I fini politici possono essere contestabili a livello individuale, ma ciò che conta sono i fatti. Se un pubblico ministero produce prove certe di un illecito, nessuno, neppure i più stretti alleati politici dell’imputato, può permettersi di ignorarle, indipendentemente dalla fonte da cui provengono. (…) Al di là del generale consenso politico esistente negli Usa sul fatto che l’illegalità, in qualunque ambito, è inaccettabile, anche l’atteggiamento degli imputati qui in America è diverso. (…) In Italia i processi si trascinano per anni e le condanne non comportano conseguenze fino all’esaurimento di tutti i gradi di giudizio, un iter che richiede spesso più di un decennio. Se gli imputati siedono in Parlamento vi restano fino all’ultimissimo momento senza ricevere alcun invito a dimettersi. Anche dopo una condanna le conseguenze sono minime, ammorbidite da leggi ad personam o da amnistie, così che il ‘potente di turno’ al massimo trascorre qualche mese agli arresti domiciliari nella lussuosa dimora acquistata con i frutti del suo operato corrotto. E nonostante le condanne, montagne di prove e sentenze mitissime, nelle interviste questi signori si dipingono come vittime innocenti e si scagliano contro chi ha osato svelare le loro malefatte”.
Poi Stille butta un occhio desolato sul nostro sistema dell’informazione, anzi della disinformazione al servizio del potere: “La cosa forse peggiore è che in Italia gli elementi oggettivi paiono contare pochissimo rispetto alle fonti che li producono. Così come nell’attuale caso Rai-Berlusconi-Saccà - nessuno contesta la veridicità delle intercettazioni telefoniche del dirigente Rai Agostino Saccà e quasi nessuno parla del quadro agghiacciante della gestione di potere in Italia - ma vengono respinte perché vengono dalla cosiddetta ‘armata rossa della magistratura’ e perché sono state pubblicate da Repubblica. Forse l’aspetto più importante della realtà americana, portata qui ad esempio, è che negli Usa esistono delle istituzioni, come i tribunali e la stampa, che, indipendentemente dal colore politico, operano in autonomia, producendo elementi oggettivi da tenere necessariamente in considerazione, nel bene e nel male. A ragione o a torto, quando un sito web conservatore pubblicò le prove della relazione del Presidente Clinton con Monica Lewinsky, immediatamente perse importanza la fonte della rivelazione, importante era stabilirne l’autenticità. Lo stesso accadde quando un altro sito pubblicò le prove che Rudolph Giuliani aveva messo la sua amante, diventata poi sua moglie, sotto la protezione della polizia a spese dei contribuenti. Quando la veridicità dell’informazione fu confermata, Giuliani fu costretto a scusarsi e a fornire spiegazioni”.
In Italia invece devono scusarsi i magistrati e i giornalisti che scoprono una notizia vera sgradita al potere. Due esempi, tra i più recenti. Francesco Verderami è un ottimo giornalista del Corriere della Sera. Eppure l’altroieri, intervistando alcuni senatori del Partito democratico sull’intercettazione Berlusconi-Saccà e sulle intercettazioni in generale, ha scritto cose stupefacenti. Non tanto per le risposte dei senatori del Pd (il problema non è quel che Berlusconi e Saccà si dicono, ma che i giudici e la stampa l’abbiano scoperto). Bensì per le domande del giornalista. Verderami parla di “intercettazioni à la carte”, mentre basta chiedere lumi ai colleghi della giudiziaria per sapere che sono regolarmente depositate nell’avviso chiusura indagini recapitato agl’indagati Berlusconi e Saccà. Invoca il “rispetto delle regole”, sventola imprecisati “valori scritti nella Costituzione calpestati come uno zerbino”: quasi che i giornalisti – Corriere compreso – che raccontano intercettazioni pubbliche, penalmente rilevanti e di altissimo interesse politico fossero dei delinquenti.
Aggiunge che “non si era mai sentita finora un’intercettazione lanciata sui siti web e riproposta in tv e sui giornali”, dimenticando che sui siti web e sui giornali sono disponibili da due anni tutte le intercettazioni di Calciopoli; e che ogni sera in tv si ascoltano le telefonate, si leggono le mail e si mostrano i siti preferiti dei sospettati e degl’imputati dei vari delitti da copertina, nel bel mezzo delle indagini. Che su questo doppio binario sorvolino i politici, preoccupati di proteggere il Club degli Intoccabili, non stupisce. Che Bruno Vespa lacrimi per “la violazione delle garanzie e della dignità delle persone” quando le persone sono gli amici Berlusconi e Saccà, mentre se ne infischia della privacy di tanti cittadini comuni di Cogne, Garlasco e Rignano, fa parte del personaggio. Ma è strano che un collega bravo come Verderami non ribatta alcunchè al solito Polito, che nello stesso articolo elogia il “vero garantismo di Berlusconi quando Fassino e D’Alema finirono nel tritacarne”. Tutti ricordano che fu proprio il Giornale del “vero garantista Berlusconi” a pubblicare la telefonata Fassino-Consorte (“Abbiamo una banca?”) il 3 gennaio 2006, vigilia delle elezioni, sebbene fosse ancora segretissima, neppure trascritta dagli inquirenti in attesa della procedura parlamentare. Possibile che Verderami non abbia nulla da replicare all’incontinente Caldarola che invoca addirittura “un’inchiesta a Roma sulla Procura di Napoli” per scoprire “da dove sono filtrati i documenti”? Basterebbe chiedere a Giovanni Bianconi, che quei documenti ha pubblicato come tutti i migliori cronisti, per sapere che le carte non “filtrano” da alcuna Procura: sono depositate nelle mani degli avvocati. E, non essendo segrete, non solo se ne può, ma se ne deve parlare.
E’ un po’ triste vedere tanti bravi colleghi farsi afoni dinanzi a politici che straparlano, in un’osmosi tra intervistatore e intervistato che rende indistinguibili domande e risposte. Come se il giornalista dovesse limitarsi a registrare le corbellerie che ascolta, senza contestarle per ristabilire un minimo di oggettività dei fatti. La stessa sindrome ha colpito un altro fuoriclasse come Luca Telese, che sul Giornale ha intervistato il solito Polito lasciandogli dire che in Inghilterra quel che accade in Italia con le intercettazioni è ”semplicemente impensabile”. Eppure non può dimenticare che il 17 gennaio 1993, il Sunday Mirror e il Sunday People pubblicarono il testo della telefonata erotica tra Carlo d’Inghilterra e Camilla Parker abusivamente intercettata dai servizi o da 007 ingaggiati da Lady D. E che il 7 giugno scorso la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato la Francia perché un tribunale aveva condannato due giornalisti per aver pubblicato in un libro le intercettazioni illegali disposte da Mitterrand su alcuni avversari politici: secondo l’Alta Corte, i giornalisti fecero benissimo a pubblicarle perché, trattandosi di politici che volontariamente si espongono al controllo della stampa e dell’opinione pubblica, il loro diritto alla riservatezza viene meno dinanzi al diritto della gente a sapere e dei giornalisti a informarla: che la notizia sia segreta o illegalmente acquisita non conta; conta solo che sia vera.
Ora, come potremo difenderci dal bavaglio che il Club degl’Intoccabili ci sta apparecchiando, se alcuni di noi collaborano con gli imbavagliatori?

Mani sporche

Dal 6 dicembre in libreria


Come prima, più di prima. Quindici anni dopo il biennio magico di Mani Pulite, l’Italia delle mani sporche ha perfezionato i metodi per rendersi più invisibile e invulnerabile. Prima sotto accusa erano i politici e il mondo industriale. Ora le parti sembrano invertite: sotto accusa sono soprattutto i magistrati.
Ecco che cosa è successo negli ultimi anni, dal 2001 al 2007. Dal governo del cavalier Berlusconi e dell’ingegner Castelli a quello del professor Prodi e del ras di Ceppaloni, Mastella.
Prima le leggi ad personam, ora le leggi ad personas, a beneficio degli intoccabili.
La musica non cambia: è tutta colpa dei magistrati. Quei pochi che resistono, combattono da soli, spesso abbandonati dallo stesso Csm, vessati dalla stampa, criticati dalle altre istituzioni.
Le leggi vergogna varate da Berlusconi (Cirami, ex Cirielli, Castelli, falso in bilancio, Gasparri sulla tv, Frattini sul conflitto d’interessi, riforma-porcata elettorale) e che ci hanno resi ridicoli al cospetto internazionale (ricordate l’Economist?), dovevano essere subito smantellate dal centro sinistra. Invece sono ancora in vigore. A quelle se ne sono aggiunte altre come l’indulto per svuotare le carceri (di nuovo piene), le intercettazioni e il bavaglio alla stampa, l’ordinamento giudiziario Mastella: tutto in barba alle promesse elettorali dell’Unione. (“Il ministro Mastella copia le riforme della Cdl”, si compiace l’on. avv. Pecorella).
Prima era necessario corrompere, ora i soldi i partiti se li danno da soli, il controllato e il controllore sono sempre la stessa persona. E mentre Gherardo Colombo lascia la magistratura e Gian Carlo Caselli viene estromesso dalla Procura antimanfia, il giudice Carnevale, grazie a una legge apposita, ritorna in Cassazione a 76 anni (ci rimarrà fino a 83), Craxi viene pienamente riabilitato, anche a sinistra, e molti di coloro che sono stati riconosciuti colpevoli ora sono in Parlamento (alcuni in Commissione Antimafia). Forse per continuare a delinquere, sicuramente per difendere chi delinque.
Ma una parte della società civile e della magistratura non ci sta. E prova a resistere. Non lasciamoli soli.
La rassegna

Autori: Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio
Titolo: Mani sporche
Pagine: 914
Prezzo: 19,60
Collana: principioattivo"


21/12/07

Veltroni contro la burocrazia

Che dire? E bravo Veltroni stavolta cc’hai pproprio azzeccato. Continua così e vedrai che ne verranno fuori delle belle ma soprattutto così diventi più comprensibile ai cittadini e perciò compreso.

Veltroni contro la burocrazia
"L'Italia ha il demone del non fare"

ROMA - "In Italia c'è il demone del non fare, si preferisce stare tranquilli e non fare guardando con sospetto chi, invece, fa", ha detto oggi il sindaco di Roma, Walter Veltroni, nel corso della presentazione del corridoio militare dell'ospedale San Giovanni di Roma.

Veltroni se la prende con la burocrazia: "Bisogna prendere a cannonate - ha proseguito - l'abitudine di questo Paese di rimandare tutto alla burocrazia, che è un elefante seduto sulla velocità del Paese".

E bacchetta il malcostume dilagante, sottolineando che "se bisogna passare per stanze e uffici per ottenere una autorizzazione, ci si può imbattere nel mascalzone: vedo riemergere ovunque fenomeni di corruzione".

Nel nostro Paese, per il leader del Pd, c'è l'idea che "la decisione è un pericolo". "Ma la corruzione - ha proseguito - nasce dalla vischiosità e dalla poca trasparenza burocratica". "Il problema non sono i cittadini ma le convenienze", ha concluso.

(19 dicembre 2007)

Non disturbare i manovratori

Riprendo e publico dal Blog di Travaglio
Non disturbare i manovratori

Di Marco travaglio
Nella scorsa legislatura ebbero grande risonanza mediatica (almeno sui giornali) gli appelli promossi e firmati da alcuni fra i nostri più prestigiosi giuristi e docenti universitari contro le leggi vergogna del governo Berlusconi e contro gli attacchi dell'allora premier all'indipendenza e all'autonomia della magistratura. Qualcuno si domanderà: che fine han fatto quei giuristi e docenti universitari ora che le leggi vergogna (dall'indulto al bavaglio di Mastella ai giornalisti su intercettazioni e atti d'indagine) le promuove il centrosinistra, ora che gli attacchi all'indipendenza e all'autonomia della magistratura li muove l'Unione all'unisono col centrodestra?
Ottima domanda. Ma la risposta è ancora meglio: gli stessi giuristi e docenti universitari, il 29 ottobre, hanno promosso e sottoscritto un appello contro l'incredibile richiesta di trasferimento del pm Luigi De Magistris da parte del cosiddetto ministro della Giustizia (se n'è occupato proprio oggi il Csm, per rinviare un'altra volta). I princìpi citati dall'appello sono gli stessi che sostenevano gli appelli anti-Berlusconi. Che cos'è cambiato? Che nessun giornale ha pubblicato l'appello. I giornali di destra pretendevano di censurare i riferimenti alla continuità col governo Berlusconi. I giornali di sinistra, evidentemente, preferiscono non disturbare il manovratore. Anzi, i manovratori. I giornali "indipendenti", anzichè esserlo dagli schieramenti, lo sono dalla verità dei fatti. Pubblico l'appello "clandestino" qui di seguito, con i nomi dei primi firmatari. Come si diceva qualche anno fa, leggete e diffondete.


Appello
La scorsa legislatura è stata connotata da forti tensioni tra potere politico e magistratura, con frequenti interferenze del primo sull’attività della seconda. Ci si attendeva, nella nuova, un radicale mutamento di rotta, in armonia con le dichiarazioni programmatiche. Si registra, invece, un’inquietante continuità di indirizzo, come denota il caso dell’inchiesta Why Not della procura di Catanzaro. Appare a dir poco sconcertante che a chiedere per ‘motivi di particolare urgenza’ il trasferimento cautelare del pubblico ministero procedente sia lo stesso guardasigilli implicato nelle indagini. E’ vero che l’iscrizione nel registro degli indagati è successiva a tale richiesta, ma è altrettanto vero che il coinvolgimento del guardasigilli nelle indagini era da tempo di pubblico dominio. Tanto meno si giustifica l’inusitato provvedimento di avocazione con cui il procuratore generale facente funzioni ha sottratto l’inchiesta al magistrato procedente, sul presupposto di un’incompatibilità per ‘interesse nel procedimento’ ai sensi dell’art. 36 c.p.p. Prudenza avrebbe voluto che, prima di adottare un provvedimento così eccezionale, si attendesse l’esito del giudizio disciplinare; in sua assenza si può rovesciare il discorso a base dell’avocazione ed ipotizzare, con almeno pari plausibilità, un ‘interesse’ del ministro a liberarsi del proprio inquirente e a precostituire cause di incompatibilità attraverso l’azione disciplinare. In questo quadro la revoca dell’avocazione e la restituzione dell’indagine al suo originario titolare sono i passi necessari perché non sia ulteriormente minata la già precaria fiducia del cittadino nell’amministrazione della giustizia e nell’uguaglianza davanti alla legge. Quanto alla circostanza che il pubblico ministero dell’inchiesta Why Not abbia pubblicamente denunciato l’illegittimità dell’avocazione e – insieme ad altri colleghi – pressioni e intimidazioni da parte di soggetti istituzionali, va senza dubbio riconosciuto che competano ai magistrati doveri di riserbo nei riguardi dei mass-media; ma è solo assicurando le condizioni per la legalità e l’autonomia delle indagini, che si può pretendere l’osservanza di quei doveri.

29 ottobre 2007

Sergio Chiarloni (università di Torino)
Mario Dogliani (università di Torino)
Paolo Ferrua (università di Torino)
Rosanna Gambini (università di Torino)
Andrea Scella (università di Udine)

2007 Missioni di pace, Napolitano: ''Non possiamo sottrarci a responsabilità''

Leggo su ADN Cronos del 21 Dicembre ( http://www.adnkronos.com/IGN/Politica/?id=1.0.1695663037 ): 2007 Missioni di pace, Napolitano: ''Non possiamo sottrarci a responsabilità''dove si dice “……… Proprio per assicurare alle missioni internazionali di pace che vedono impegnati i militari italiani il sostegno finanziario necessario, ''pur con un bilancio dello Stato gravato da un debito pubblico accumulato nei decenni passati'', Napolitano esorta a ''trovare le risorse per le nostre Forze armate''…….”

Commento: certo Presidente bisogna reperire i fondi. Cosa ne pensa di utilizzare i risparmi che la Camera, il Senato e lo stesso Quirinale saranno in grado di fare riducendo gli stipendi del personale dipendente e quelli dei parlamentari?

18/12/07

Il caso dell’ex generale della Guardia di Finanza


Ieri dopo la lettura di alcuni quotidiani e la notizia delle “dimissioni del Generale Speciale” mi era venuto in mente di scrivere qualcosa per questo fatto che a mio avviso appariva grave. Non capivo perché il Presidente della repubblica, che aveva firmato la lettera di revoca del Generale, inviatagli dal Governo accettava in qualche modo le dimissioni e le trasmetteva al Governo. Mi sembrava che quella lettera (senz’altro irriguardosa se scritta da una alta carica dell’esercito) non dovesse essere ricevuta dal presidente perché di fatto il Generale era già destituito dall’incarico e non poteva in nessun modo presentare una lettera di dimissioni. Poi nel dubbio ho deciso di prendere tempo e documentarmi ancora un po’.

Questa mattina, leggo come mio solito alcuni quotidiani e trovo l’articolo di D’Avanzo che trovo puntuale e chiarificatore all’indirizzo: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/politica/speciale-caso/soldato-sleale/soldato-sleale.html ). L’articolo è così puntuale e non saprei come meglio riferirlo e così lo pubblico per intero nel mio Blog.

POLITICA

IL COMMENTO

Un soldato sleale

di GIUSEPPE D'AVANZO


CHE il generale Roberto Speciale fosse un soldato sleale, s'era avuto già modo di apprezzarlo. Che un militare che giura fedeltà alla Repubblica e all'osservanza della Costituzione potesse spingersi fino a un gesto eversivo di insubordinazione allo Stato democratico, anche il più severo dei suoi critici non avrebbe potuto immaginarlo. Invece, è accaduto, accade - ed è la vera questione da affrontare - nell'indifferenza di istituzioni distratte o intimidite, nel silenzio di una politica incapace di guardare oltre la propria mediocre convenienza del momento. Come se in questa storia non fossero in gioco le ragioni prime di una democrazia: la legittimità di un governo eletto dal Parlamento; le sue prerogative di organo costituzionale chiamato ad assolvere il compito di direzione politica del Paese. E' questa legittimità costituzionale che il generale Speciale, con la sua grottesca lettera di dimissioni, nega, rifiuta, disprezza, umilia. E' alquanto minimalista - quasi gregario - definire soltanto "irrituale" quella lettera, come capita a Romano Prodi. Assai poco convenzionale è per il Quirinale dichiarare - nei fatti - ricevibile quella missiva offensiva per il governo, per poi trasmetterla a Palazzo Chigi. L'iniziativa di Speciale è davvero soltanto irrituale e il destinatario della lettera può essere correttamente il capo dello Stato? E' difficile sostenerlo e pare grave accettarlo senza batter ciglio.
Il generale infedele sostiene di avere conquistato "il diritto" ad essere comandante della Guardia di Finanza: "gli spetta", dice. E' un diritto che nessuno gli ha riconosciuto. Non glielo riconoscono a parole nemmeno i suoi avvocati, figurarsi se poteva riconoscerglielo con una sentenza la magistratura amministrativa.
Non è, infatti, nella disponibilità di un tribunale amministrativo il rapporto fiduciario del governo, di cui il capo di un corpo militare deve godere. Questa fiducia, al di là delle leggerezze amministrative commesse dallo staff di Tommaso Padoa-Schioppa, Roberto Speciale non ce l'ha, l'ha irrimediabilmente perduta. Tanto basta per dire che mai il generale sarebbe ritornato al comando della Finanza, come conferma anche il ministro dell'Economia. Al contrario, autoproclamatosi "di diritto" comandante - manco fossimo in una Repubblica delle Banane - il generale, bontà sua, decide di dimettersi. La grammatica istituzionale, nelle sue mosse, degrada a boutade. Prendiamolo sul serio soltanto per un momento. Ritiene di essere ancora il comandante generale della Guardia di Finanza. Vuole abbandonare, offeso nella sua dignità di soldato. Nelle mani di chi deve farlo, di chi ha il dovere di farlo? La legge è lì per essere rispettata. Articolo 1 della legge 23 aprile 1959, n. 159: "Il Corpo della Guardia di Finanza dipende direttamente e a tutti gli effetti dal ministro della Finanze".
Un principio ordinamentale così netto ed esplicito (inconsueto in un sistema giuridico che ama l'indeterminatezza) avrebbe dovuto imporre al generale Speciale di rimettere il mandato - che si è caricaturalmente assegnato - nelle mani del ministro dell'Economia. Non lo fa perché "non vuole collaborare con questo governo", scrive. Poco male, il governo potrà soltanto guadagnarci.
La faccenda si potrebbe liquidare così soltanto se non fosse assai sinistro che un generale, al comando di 59.874 militari in armi, non accetta di essere alle "dirette dipendenze" di un governo che gode della piena fiducia del Parlamento. Roberto Speciale non ne riconosce il potere, la legittimità, il dovere costituzionale di decidere dell'indirizzo politico e amministrativo del Paese e quindi anche di scegliere chi deve essere o non deve essere alla guida di un corpo, "parte integrante delle Forze Armate dello Stato e della forza pubblica".
Scrive al presidente della Repubblica, perché "è al di sopra di tutto, anche della politica, anche del governo". E' uno schiaffo all'Esecutivo, che non sorprende in un soldato infedele. Stupisce che il Quirinale accetti di ricevere la lettera del generale. Che, implicitamente, acconsenta che Speciale possa dimettersi da una responsabilità che non ha più e che nessuno - tanto meno il governo - gli ha riconosciuto. Meraviglia che il presidente della Repubblica acconsenta che un generale non si dimetta nelle mani dell'autorità politica a cui è sottordinato, di cui è dipendente. Confonde che il capo dello Stato accetti di svolgere il ruolo del tutto improprio di destinatario di una lettera che abusivamente gli è stata consegnata, chiudendo gli occhi sul disprezzo che il generale assegna al governo per di più prendendo per buono un presunto "spirito di servizio verso le istituzioni". E' un pericoloso, e inedito, precedente nella storia della Repubblica. Dovremo presto attenderci che il capo della polizia rifiuti di dimettersi nelle mani del ministro dell'Interno o che il capo di Stato maggiore della Difesa non consegni il suo addio al ministro della Difesa, tanto del governo si può fare a meno? La sensazione è che questo "caso Speciale", nato dalla debolezza del governo e dalla volontà di compromesso con un minaccioso network spionistico e illegale, di cui il generale è stato attore di prima fila, moltiplicherà le sue muffe, se non affrontato con energia. Di compromesso in compromesso, di timidezza in timidezza, siamo arrivati alla delegittimazione dei poteri del governo. Considerare quel soldato sleale e infedele, come pare fare oggi la maggioranza, soltanto un dissipatore di risorse pubbliche per qualche viaggio a sbafo in elicottero non è una buona strada. Meglio sarebbe ricordare la proposta del generale "tutto d'un pezzo" di violare i segreti d'ufficio avanzata al vice-ministro Visco (e rifiutata). O tenere a mente quando, con il governo di centro-destra, i segreti della Guardia di Finanza diventavano pubblici per essere utilizzati, in piena campagna elettorale, da Silvio Berlusconi con denunce alla magistratura. Pensare di lisciare il pelo a quel soldato e ai soldati come lui, è peggio di una cattiva idea. E' un errore politico e istituzionale.
(18 dicembre 2007)

04/12/07

Sulle proposte di riforma della legge elettorale

Quella della legge elettorale è un’altra delle tante “bufale” che ci raccontano. Certo una legge elettorale deve avere alcune regole elementari perché si possa parlare di “democrazia” ma non stà scritto da nessuna parte che la legge elettorale permetta la governabilità in un Paese. La governabilità è data solo e soltanto dal comportamento dei partiti che avrebbero come primo loro dovere la coerenza e il rispetto dei programmi elettorali per i quali hanno chiesto il voto ai loro elettori. Non deve essere permesso che durante la legislatura si formino nuovi partitini come di fatto accade nel nostro paese. Se un parlamentare eletto con un partito vuole fondare un nuovo raggruppamento o un nuovo partito o anche se vuole passare da un partito ad un altro partito deve dimettersi da parlamentare perché è stato votato sì come persona singola ma comunque all’interno di un partito e di un programma elettorale. Gli subentrerà il primo dei non eletti dello stesso partito nella sua area territoriale e lui avrà così la possibilità di presentarsi alla successiva tornata elettorale al giudizio degli elettori con il partito e il programma elettorale che meglio riterrà dimostrando impegno e coerenza non interessati. Uno sbarramento nell’ordine del 2,5-3 % appare necessario per non permettere una esagerata frammentazione ma comunque dobbiamo ricordarci che se gli elettori sono disposti a votare un partito il loro voto và rispettato. Altra cosa è invece quella dei privilegi che sono accordati ai partiti in termini di rimborsi ai vari livelli. Se tali rimborsi fossero drasticamente ridimensionati sono sicuro che già per questo avremmo assai meno partiti. I partiti e i giornali di partito dovrebbero trarre i loro proventi prevalentemente dal contributo dei cittadini iscritti al partito e i cittadini potrebbero detrarre dalle loro dichiarazioni dei redditi le elargizioni a favore di partito fino ad un ammontare nell’ordine di 10-15 mila euro. Ulteriori finanziamenti fatti ai partiti non dovrebbero avere nessuna facilitazione e ci dovrebbe comunque essere l’obbligo di dichiarare sia da parte del donante che da parte del partito che riceve. Ciascun partito ( o raggruppamento di partiti) dovrebbe presentare con le liste anche un chiaro programma elettorale cosicché l’elettore possa scegliere con giudizio di merito chi votare. Nel programma dovrebbero essere chiari gli intenti e le modalità per raggiungere gli obiettivi (ad es. se dico che voglio ridurre il debito pubblico devo anche dire attraverso quali meccanismi ed economie voglio raggiungere l’obiettivo). Fatto ciò che si usi un sistema maggioritario o uno proporzionale non cambia molto le cose. Certo non devono essere presenti i giochetti dei resti né le opzioni di scelta che fino ad oggi sono stati costantemente fatti e che non hanno nulla di democratico. Dovranno perciò essere vietate le candidature in più collegi o quanto meno non dovrà essere possibile che io rinunci in un collegio a favore del candidato che mi segue dello stesso mio partito. Se rinuncio in un collegio il posto andrà al candidato del partito che ha preso più voti dopo il mio partito

Per quanto attiene le preferenze credo sia indispensabile che il cittadino possa scegliere chi votare e perciò sono per un meccanismo ove si esprima la preferenza all’interno di una lista.

Non mi pare di aver sentito nulla di quanto sopra esposto nelle varie proposte di legge elettorale dove i giochetti restano tutti in piedi. Qualcuno provi ad indovinare perché??!!

23/11/07

Rai: rinviata la finction su vittima mafia

Mi chiedo: ma come è possibile che dei Magistrati dopo aver condannato un imputato non depositino entro i termini stabiliti le motivazioni di una sentenza e che la sentenza stessa venga annullata per decorrenza dei termini?

Mi sono posto questa amara domanda dopo aver letto sul Corriere della Sera del 23 Novembre l’articolo “Rai: rinviata la finction su vittima mafia” che riferisce appunto un tal episodio (all’indirizzo:http://www.corriere.it/cronache/07_novembre_23/fiction_mafia_annullata_f0564c60-99f3-11dc-aff3-0003ba99c53b.shtml a cui vi rimando).

Qualcuno che sà di diritto mi aiuti a meglio comprendere perché ho davvero un’immensa difficoltà a comprendere e sono molto preoccupato.

21/11/07

A proposito della Legge Mastella

A proposito della Legge Mastella

A proposito della legge Mastella della quale avevo parlato, inascoltato dai più, qualche tempo fà in un articolo che ripropongo:

“ Sul disegno di legge Mastella per meglio comprendere

Tanto per essere chiari il disegno di legge "Mastella" approvato alla camera il 19 Aprile lo trovate all’indirizzo:(http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Ddlpres&leg=15&id=00262762&offset=436&length=59016&parse=no&stampa=si).
Se avrete la pazienza di cercarlo e leggerlo credo che come dice Travaglio vi potrete un po’ preoccupare e non essere poi tanto tranquilli. “

Ecco che il nostro Ministro la risfodera: “Mastella: sbagliato pubblicare tutto cio' che non ha rilevanza penale

Spero che il Senato decida presto sul ddl sulle intercettazioni perché ogni cosa che fuoriesce che tocca l'elemento processuale è una cosa ingiusta, profondamente sbagliata, fuori da ogni norma più elementare di rispetto della persona". Il ministro della Giustizia Clemente Mastella reagisce così a proposito della pubblicazione delle intercettazioni per l'inchiesta sul fallimento della Hdc di Luigi Crespi da cui risulterebbero accordi per pilotare l'informazione televisiva a favore dell'ex premier Berlusconi.”

E lo fa, guarda caso, quando i cittadini vengono informati di un ulteriore grave “fatto della politica berlusconiana”: la totale sudditanza della Rai come ci scrive con dettaglio oggi la Repubblica.

Per l’On. Mastella i cittadini non dovrebbero essere informati per fatti così gravi e semmai verranno informati dopo 10-15 anni. Tanto che fà!

Per lui bisogna sempre per primo rispettare i diritti (io li chiamerei privilegi) dei cittadini (potenti aggiungerei) e non importa che siano dei malfattori. Solo dopo i tre livelli di giudizio e se condannati i cittadini potranno essere informati!!

14/11/07

Cinque per mille stabile e senza limiti

Cinque per mille stabile e senza limiti

L'avocazione dell'indagine di De Magistris

Leggo e riporto dal sito di Ferdinando Imposimato. Non sò dire su molte considerazioni che si fanno nell'articolo ma quanto vi si riferisce mi ha proccupato. Una cosa la rammento di sicuro la pratica dell'avocazione era ormai in disuso e solo di recente si è rifatta viva:

martedì 30 ottobre 2007

L'avocazione dell'indagine di De Magistris

L'avocazione dell'indagine di De Magistris

La pratica dell'avocazione è iniziata negli anni '60.

La sottrazione del processo al sostituto Luigi De Magistris mediante avocazione riporta alla memoria analoghe pratiche in uso negli anni sessanta settanta. A quel tempo, quando il potere politico voleva liberarsi di magistrati scomodi come Gerardo D' Ambrosio o Emilio Alessandrini, ostinati nella ricerca della verità sulle trame eversive e sulle stragi , favorite all'interno delle istituzioni e dei servizi asserviti al potere, faceva ricorso a Procuratori Generali compiacenti, quasi sempre romani; costoro sollevavano inesistenti conflitti di competenza con i magistrati milanesi per sottrarre ai titolari processi scottanti e trasferirli a Roma, ove venivano regolarmente insabbiati a scapito della giustizia e della verità e a vantaggio dei colpevoli.

Anche allora lo strumento iniziale dell'imbroglio era l'avocazione: un Procuratore Generale di un processo inventato a Roma per fatti inesistenti connessi con quelli milanesi sollevava conflitto di competenza con altri PM.

Nel conflitto, complice qualche giudice in Cassazione, aveva la prevalenza sempre la magistratura romana, che una volta ricevuto il processo, lo narcotizzava o lo affidava a mani amiche che provvedevano a condurre le indagini secondo la volontà del potere e senza disturbare il manovratore. La prassi ignobile iniziò con la rapina del processo per la strage di Piazza Fontana favorita da una infausta avocazione. Il processo da Milano venne a Roma, da qui venne dirottato a Catanzaro per poi tornare a Roma, dove Vittorio Occorsio aveva imboccato la strada giusta ma fu ucciso; e, dopo oltre vent'anni di indegni balletti, ritornò nella sua sede naturale di Milano . Dove vennero rinviati a giudizio alcuni dei presunti responsabili. Nel frattempo, erano morti assassinati alcuni magistrati che avevano capito come erano andate le cose: tra questi Emilio Alessandrini e lo stesso Occorsio, assassinati, erano morti molti testimoni importanti, ed il commissario onesto di Padova che indagava sulla pista nera venne rimosso.

L'avocazione fu usata anche per la P2

La stessa procedura venne seguita a Roma per il processo contro Licio Gelli che aveva buoni rapporti con alcuni terroristi, come Paolo Aleandri, che me lo raccontò , ma anche con il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, e con Vito Miceli, capo del SID (Servizio Informazione Difesa) , e con il Ministro Gaetano Stammati e tanti altri. Il processo venne sottratto al Pubblico Ministero milanese Gherardo Colombo e affidato a Roma nelle mani di chi lo insabbiò affermando che la P2 era una specie di associazione filantropica di nessun pericolo per la collettività. A quel tempo la Procura romana era notoriamente diretta da magistrati scelti da Giulio Andreotti e di sua totale fiducia.

Un freno alla pratica dell'avocazione:
l'indipendenza e imparzialità della magistratura.

Poi venne finalmente l'istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura e la nomina dei magistrati al vertice delle Procure fu fatta nel rispetto dei meriti e con le garanzie di indipendenza e imparzialità stabilite dalla Costituzione. Nel frattempo con il nuovo codice di procedura penale del prof Giuliano Vassalli l'avocazione venne del tutto svuotata della sua portata di strumento lesivo della indipendenza dei magistrati, compresi i PM, e mantenuta solo per casi tassativi ruotanti attorno alla inerzia del magistrato del PM; se ad esempio un PM, indagando per un delitto gravissimo di corruzione o criminalità organizzata o terrorismo, non provvedeva, nonostante le prove, a iniziare l'azione penale, come era suo dovere, il Procuratore Generale interviene per sostituirsi al magistrato inerte ed insabbiatore.

Il ritorno della pratica dell'avocazione.

L'avocazione del procedimento condotto da Luigi De Magistris da parte della Procura Generale di Catanzaro ci riporta a quel triste passato e ci preoccupa enormemente: l'influenza nefasta dell'esecutivo delle inchieste giudiziarie più delicate é pesante. Viene violato il principio costituzionale della separazione dei tre poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario.

Il tentativo di Mastella di avocare l'indagine contro Prodi e Mastella.

Venendo al fatto di oggi, mentre era in corso un'indagine contro Romano Prodi e Clemente Mastella, per episodi di corruzione per miliardi di lire – che sarebbero avvenuti quando il Presidente del Consiglio era presidente della Commissione Europea- é stata dapprima avviata dal Guardasigilli Mastella una procedura con richiesta di trasferimento del De Magistris per illecito disciplinare, e poi una procedura di avocazione del procedimento da parte del Procuratore Generale. In altre parole, non essendo stato possibile sottrarre il processo a De Magistris con il trasferimento del magistrato ad altro ufficio, richiesta di fatto bocciata dal CSM, si é pensato di trasferire il processo in altre mani: costoro, solo per orientarsi , avranno bisogno di qualche anno di tempo, data la mole di materiale sequestrato dal sostituto di Catanzaro.

E dunque l'appello del Presidente della Repubblica a proseguire le indagini verrà vanificato nei fatti, con tutta la buona volontà di chi riceve gli atti.

Intanto al magistrato De Magistris non é stato possibile addebitare alcuna strumentalizzazione politica poiché in quell'affare che coinvolge Mastella e Prodi, sono stati indagati anche alcuni esponenti del centro destra come Lorenzo Cesa, segretario dell'UDC, e Giuseppe Galati e lo stesso Presidente della Giunta regionale calabra Agazio Loiero.

Qual'è l'oggetto della indagine di De Magistris ?

Ma , attenzione, quale é il fatto che é oggetto della inchiesta di De Magistris? L'appropriazione di miliardi da parte di un comitato di affari di cui avrebbero fatto parte i predetti personaggi. La stampa ci ha correttamente informato che contro gli indagati non c'erano solo i tabulati delle telefonate passate attraverso i cellulari di Prodi, ma anche la accuse di un testimone importante, un politico detenuto, ex consigliere regionale calabro, che assistette ad una telefonata fatta dal faccendiere Antonio Saladino a Romano Prodi. Durante il colloquio con Prodi si sarebbe concordato che una volta formalizzata la candidatura di Prodi come Presidente del Consiglio alle elezioni politiche del 1996, il Saladino si sarebbe messo a sua disposizione per procurargli voti, come effettivamente fece. In cambio il Saladino avrebbe avuto dal Presidente della Commissione Prodi un aiuto per ottenere i finanziamenti miliardari dell'Unione Europea per diverse iniziative avviate nella Regione Calabria attraverso i programmi. Saladino si sarebbe aggiudicato diversi appalti per milioni di lire e poi di euro senza partecipare a gare Domanda: ma come si può risollevare la Calabria dalla crisi che l'attanaglia se i soldi dell'Unione Europea, sempre più distratta ed assente, anziché finanziare opere pubbliche e private, affluiscono nelle tasche di politici di maggioranza ed opposizione? E se un magistrato che cerca di portare alla luce le frodi comunitarie viene crocifisso anche con la complicità di magistrati asserviti al potere?

Qual'è il grande imbroglio ?

Ma andiamo avanti cercando di spiegare almeno in parte questo grande imbroglio, senza attendere i tempi biblici dei processi che si sta cercando di insabbiare. L'avocazione, cioé la sottrazione del processo a De Magistris, é stata decisa per motivi infondati che sono stati criticati da Gerardo D'Ambrosio, vittima a suo tempo di clamorose avocazioni e sottrazioni di processi; ma l'avocazione é stata deplorata anche dal giurista Franco Cordero, titolare di Procedura penale alla Sapienza. D'Ambrosio ha ritenuto pretestuosa la motivazione di “incompatibilità del procedimento” che non spiega niente, ed anzi alimenta le inquietudini. L'intervento del Ministro con la richiesta di trasferimento e l'avocazione del processo, una volta fallita la manovra del trasferimento, sono intervenute, guarda caso, mentre l'indagine stava per essere conclusa. Osserva D' Ambrosio che “ l'errore” del Ministro- ma si tratta di errore o di qualcos'altro?- é stato proprio quello di promuovere l'azione disciplinare contro chi, dal giugno 2007, indagava sulla persona del Ministro. E costui solo in seguito ha disposto l'azione disciplinare: e dunque la realtà non é quella che qualcuno ci vuole propinare sulla stampa: la notizia che coinvolge il Ministro Mastella e l'ineffabile Romano Prodi, era comparsa sulla stampa fin dal giugno 2006, poiché il Ministro é intercettato sul telefono di Antonio Saladino, il grande mazzettiere di questa storia i cui contorni appaiono sempre più definiti. E dunque l'iscrizione del Ministro nel registro degli indagati , al quale sono seguite le interessate dichiarazioni di solidarietà di Prodi - ( e che doveva fare Prodi, se non solidarizzare, essendo coinvolto nello stesso affare?) non é stata la stizzosa e strumentale reazione all'inizio dell'azione disciplinare da parte del Ministro ma un atto doveroso maturato prima della richiesta di trasferimento con il procedere delle indagini. E si é voluto fare credere il contrario.

Ma chi dovrebbe indagare quando tra i responsabili del reato ipotetico risultino
il Presidente del Consiglio o i Ministri ?

Quanto al problema affrontato con grande obiettività da Franco Cordero su chi deve indagare quando tra i responsabili del reato ipotetico risultino il Presidente del Consiglio o Ministri, essendo i fatti commessi nell'esercizio delle funzioni di governo, la risposta é semplice : la legge costituzionale 16 gennaio 1989 stabilisce che “il procuratore della Repubblica, omessa ogni altra indagine” nei 15 giorni dalla notizia trasmette gli atti al collegio istituito presso il tribunale del Capoluogo del distretto competente: collegio che svolge le funzioni del Pubblico Ministero o del GIP, in questo caso le indagini “Why not” di Roma. Ma il punto di fatto non esaminato da Cordero é proprio questo: i reati sarebbero stati commessi quando Prodi era Ministro, o quando invece era, come sembra accertato, Presidente della Commissione Ministeriale, e Mastella non era ancora Ministro della giustizia per il semplice fatto che non esisteva il governo Prodi?

Stando alle intercettazioni telefoniche sull'apparecchio di Saladino ed alle dichiarazioni del collaboratore, i fatti sarebbero avvenuti fuori dall'esercizio delle funzioni ministeriali; ed allora la competenza sarebbe di De Magistris e non del collegio per i reati ministeriali, cui gli atti sono stati mandati: se fosse stato diversamente, perché Prodi e Mastella non avrebbero eccepito mai l'incompetenza del sostituto De Magistris? Il quale non si é lasciato intimidire neanche dai proiettili inviatigli da inesistenti Brigate Rosse, in sintonia con analoga intimidazione fatta ai danni del giudice Clementina Forleo. Che ha avuto il coraggio di non lasciarsi blandire da promesse di prebende e di non essere intimidita dalle minacce attuate a mezzo telefonate silenziose e proiettili di improbabili brigatisti.

Intanto lo scandalo delle scalate bancarie che sono costate frodi di miliardi di euro a milioni di risparmiatori é stato insabbiato con gioia dei responsabili che restano abbarbicati alle loro poltrone come l'edera che “lecca la scorza dell'olmo tutore” ( Cirano de Bergerac).

Gravi scandali !

In ogni caso, - diciamo la verità- ce ne sarebbe abbastanza per chiedere le dimissioni di Prodi e di un paio di Ministri per i gravissimi scandali che sono già venuti alla luce. Anche se questo ci dovesse costare un ritorno di Berlusconi: poiché se la situazione dovesse restare quella che é - con gli stessi ladroni che ci fanno vergognare di essere di sinistra,- una riscossa del centro sinistra contro Berlusconi diventerebbe ancora più difficile. Ma questo lo sa Walter Veltroni o pensa solo all'ammodernamento e alle riforme della Costituzione?

Una storia dimenticata ...

Queste vicende di De Magistris e Forleo evocano alla mia memoria la drammatica e dimenticata storia di un altro coraggioso magistrato, Giuseppa Geremia, che nel 1996 indagava sullo scandalo della Cirio Bertolli DeRica e sull'alta velocità: scandalo che denunciai inutilmente a Prodi ed alla Commissione antimafia nel 1996 dopo una inchiesta magistrale svolte dalla Criminalpol e dall'Arma dei Carabinieri su mia richiesta. Per quella inchiesta io fui sottoposto ad attacchi concentrici di destra, che chiese la mia rimozione come relatore, e di sinistra, che non mi difese. E fui isolato in Commissione e la mia relazione non venne mai discussa; e guarda caso la legislatura venne interrotta bruscamente dopo due anni senza che ce ne fosse alcuna ragione seria: ciò significa che la fine della legislatura fu dovuta alla volontà di evitare che io denunziassi in commissione antimafia i responsabili istituzionali dei fatti di collusione mafiosa negli appalti. Nei rapporti della criminalpol emerse che sugli appalti per le grandi opere pubbliche avevano indagato Falcone e Borsellino e che questa poteva essere una causa della loro morte. La mia relazione non venne discussa : i vari Violante, Ayala, Bargone mi lasciarono solo e dissero che non c'erano prove di quello che affermavo. E poi venne definitivamente affossata dopo la mia sconfitta decisa dalla camorra dei casalesi interessata ai lavori dell'Alta velocità sulla tratta Napoli-Roma. Le mie residue speranze che giustizia fosse fatta dal PM Giuseppa Geremia andarono deluse. Costei aveva scoperto, dai documenti sequestrati dalla Guardia di Finanza, che “il garante dell'Alta Velocità, intrisa di imprese di mafia e camorra, era Romano Prodi, mentre Lorenzo Necci, per coinvolgere un poco tutti quelli che contavano, inventò un comitato nodi dell'Alta Velocità composto dalla senatrice Susanna Agnelli, dal prof Carlo Maria Querci dal dott Giuseppe De Rita e dall'architetto Renzo Piano: la spesa preventivata era di 9 miliardi di lire”. Ma il collegio dei revisori dei conti fece osservazioni che non ebbero risposte. Il 25 novembre, al termine di una inchiesta serrata fondata anche sulla perizia contabile di ben 13.000 pagine svolta dal prof Renato Castaldo, il PM Geremia, con l'avallo del Procuratore Coiro, chiese il rinvio a giudizio per abuso di ufficio dell'ex Presidente del Giudizio Romano Prodi, quale ex Presidente dell'IRI. Anche allora si tenne conto del momento in cui erano stati ipotizzati i fatti di corruzione e non la qualifica attuale del presidente del Consiglio. ed il rinvio a giudizio di Carlo Saverio Lamiranda, in quanto legale rappresentante della FISVI che aveva acquistato la Cirio senza avere una lira. Ed infatti Lamiranda sarebbe stato in seguito incriminato e condannato per bancarotta e frode comunitaria. Nel frattempo il governo presieduto da Prodi approvò, con l'appoggio del Ministro della Giustizia suo difensore, una nuova legge che modificava in senso restrittivo l'abuso in atti di ufficio; ed il Presidente Prodi venne assolto perché il fatto non sussiste; ma la legge era ad personam. Ma non é finita qui.

Lo scandalo sulla TAV e Nomisma di Prodi.

L'inchiesta sulla Cirio era appena cominciata che la dottoressa Geremia subì - sarà lei stessa a raccontarmelo - insulti telefonici, minacce, chiamate silenziose ed intimidazioni ad opera di ignoti. Esattamente come é accaduto a Luigi De Magistris e a Clementina Forleo. Nel frattempo la Geremia ridà slancio alla inchiesta sull'Alta Velocità con dentro l'affare Nomisma che, secondo i magistrati di La Spezia, era stato insabbiato dal PM Giorgio Castellucci. Le minacce e gli insulti si intensificano: Geremia ha paura, ma non per sé ma per l'anziana madre con cui vive da sola. Gli ignoti vigliacchi intensificano le minacce e gli insulti. Il movente si cela- lei intuisce- in quella inchiesta scottante che toccava santuari intoccabili. La Geremia era ancora più preoccupata perché il suo telefono era noto solo ad alcuni delle istituzioni. Ella decide di denunziare la tortura cui é sottoposta al commissariato di Polizia di Piazzale Clodio. Informa il procuratore della Repubblica Michele Coiro che le dà solidarietà ed avallo. Ma una tempesta si addensa sulla testa di Coiro: il CSM lo accusa di avere rapporti con il giudice Squillante, come se il rapporto istituzionale tra Procuratore Capo e Capo dei giudici delle indagini preliminari fosse vietato dalla legge e non necessario. Sta di fatto che dopo avere raccolto lo sfogo della Geremia, Coiro é costretto a lasciare la Procura di Roma. Da segnalare che Coiro era un esponente di magistratura democratica. E viene relegato alla direzione degli uffici di detenzione e pena. Egli é stato avvertito dal Ministro della Giustizia che se non se ne andrà , sarà sottoposto ad azione disciplinare. Poco dopo Coiro morì di crepacuore. “ La sua morte – mi confidò la Geremia - é stata un duro colpo per me. Mi ha sempre lasciato libertà di azione nella inchiesta sulla Cirio. Non glielo hanno perdonato. Lo hanno costretto a lasciare la Procura di Roma sette mesi prima che andasse in pensione”.

Dopo la richiesta di rinvio a giudizio, alla udienza preliminare del 15 gennaio 1997 , il Gip Eduardo Landi decide di non decidere. E invia la decisione alla udienza del 28 febbraio 1997. Perché? Semplice! La Geremia, preoccupata dalle minacce che potevano travolgere l'anziana madre sola in casa , decide di chiedere il trasferimento in Sardegna, ma vorrebbe concludere l'inchiesta sulla Cirio: ma non le sarà consentito. La motivazione della sentenza assolutoria di Prodi, anziché essere depositata nel termine di legge del 23 gennaio 1998, giunge sul tavolo della Geremia il 9 febbraio 1998, due giorni dopo che la stessa Geremia era stata trasferita alla Procura Generale di Cagliari. E così ella non aveva potuto presentare impugnazione- così mi disse- contro l'assoluzione di Prodi.

E sullo scandalo calò un silenzio tombale, rotto solo dalla mia denunzia nel libro Corruzione ad Alta Velocità.

La storia si ripete...

Oggi si ripropongono scenari simili, e la giustizia e la verità rischiano un'ennesima sconfitta! O c'é speranza che giustizia sia fatta e che il CSM e la Procura Generale della Cassazione ristabiliscano la legalità violata?

OK notizie